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Storia e geografia sulle tracce di naviganti e contrabbandieri

Borgate in disuso, generazioni smemorate, abbandono e in certi casi anche degrado. Questo sembra il destino ineluttabile di tanti luoghi che invece avrebbero storie da raccontare. Accade però che ogni tanto questa tendenza s’inverta, come ad esempio in Alta Val Bormida: la borgata di Mereta, quattro case e una cappella del XV secolo, ha ripreso vita. Anche grazie ai libri.

Loano (SV), Italia.

Sono molto antichi i sentieri che collegano la riviera con l’entroterra ligure, fino in Piemonte. Alcune vie di comunicazione ormai in disuso sono di origine pre-romanica, e gli insediamenti umani dei dintorni risalgono addirittura al Paleolitico.
L’itinerario protagonista dei seguenti appunti di viaggio, interamente in provincia di Savona, è un percorso appena restaurato che è possibile fare a piedi, in bicicletta o in hand bike off road. La salita è sempre vista mare; la discesa si immerge nei boschi dell’Appennino.

Siamo nell’Alta Val Bormida, da dove nasce l’omonimo fiume, molto nota agli appassionati fungaioli e agli amanti dell’outdoor. Ce ne parla Maurizio Pagliarini, etologo e responsabile del Centro Pet Therapy di Loano: “I sentieri incrociano l’Alta Via dei monti liguri, che parte da Ceparana, sopra La Spezia, e, in costa, giunge a Ventimiglia. Gli scambi commerciali molto attivi riguardavano fra l’altro le olive, le acciughe e la farina di castagne, e i punti di ritrovo erano segnati da croci incise sulle rocce molto simili alle steli di pietra lungo la via del sale; la zona però era anche particolarmente battuta dai contrabbandieri”.

Sopra, Un daino nel bosco fra Calizzano e Bardineto. Foto per gentile concessione di Maurizio Pagliarini.
Foto grande in alto, Faggio secolare all’interno della Barbottina, Sito di Interesse Comunitario e Zona Speciale di Conservazione, provincia di Savona. Foto per gentile concessione Maurizio Pagliarini.

Dal mare ai monti


In particolare, il tratto risistemato è uno sterrato di circa 28 chilometri, che unisce Loano con Calizzano, attraversando il comune di Bardineto. Il culmine della salita è il Giogo di Giustenice che sorge a circa 200 metri dalla cima del monte Carmo (mt 1389). Lì, quando il cielo è sereno, il panorama permette di vedere da una parte la Corsica e dall’altra le Alpi con il Monviso (mt 3841).
“Il sentiero che collega Bardineto a Calizzano”, continua Pagliarini, “ha due varianti: una passa in costa e l’altra fiancheggia il fiume. Quest’ultima, lunga circa 7 chilometri, a mezza strada incontra la Borgata Mereta, che, con la sua chiesetta cinquecentesca di San Gervasio e Protasio, fa parte del comune di Calizzano. Proprio questa borgata sta prendendo nuova vita”.

Fra i due comuni di Bardineto e Calizzano la rete sentieristica si addentra nell’area forestale del Melogno e i faggi monumentali della Barbottina (Sito di Interesse Comunitario e Zona Speciale di Conservazione, ndr.); tra castagneti secolari e betulle, l’acero montano, il frassino e l’ontano, si annoverano anche il rododendro, l’arnica e lo zafferano, oltre ad alcune specie di orchidee. La fauna include in primis i rapaci quali lo sparviero, il falco e la poiana, ma è possibile incontrare il capriolo, il daino e il tasso, oltre che il lupo e il cinghiale.

Il legname è fra le più rilevanti produzioni locali e il fungo porcino è di eccellente qualità, tra le migliori in Europa; la filiera agroalimentare, oltre all’allevamento del bestiame per ricavarne anche latte e formaggi, e alle coltivazioni tipiche come patate, fagioli, ortaggi e frutti di bosco, comprende grani antichi macinati e cotti nei forni a legna; a Calizzano le numerose fonti hanno dato origine alla omonima nota acqua minerale.

“All’ingresso di Mereta”, riprende Pagliarini, “sul cartello stradale c’è scritto ‘Mrè’, in dialetto. Qui a raccontare il passato sono le finestre e le porte vetuste, come gli attrezzi per aprire i ricci di castagne o quelli per raccogliere i mirtilli. Fino a pochi decenni fa producevano la canapa e la tessevano. Negli ultimi cento anni però i lavori artigianali sono scomparsi, le botteghe che davano lavoro a parecchie persone sono state chiuse e la popolazione è diminuita drammaticamente. Eppure, nonostante tutta questa dimenticanza, ho scoperto che una vecchia conigliera è stata trasformata in un book-crossing, alla cui decorazione ha partecipato Imelda Bassanello, un’artista esperta in dipintura antica su legno e conosciuta a livello internazionale proprio per questa tecnica”.

Il book-crossing di Mereta dipinto dall’artista Imelda Bassanello. Foto di Francesca Massa.

I book-crossing


Si sa che lo scambio diventa un punto d’incontro dove s’incrociano diverse culture: ciò accade anche nel caso dello scambio di libri. Se si è fortunati, è possibile entrare a conoscenza di scampoli di vissuto, attraverso le annotazioni o i nomi degli ex proprietari scritti in seconda di copertina, ma in questo caso hanno rivelato sicure tracce di valbormidesi, verosimilmente naviganti, emigrati in luoghi anche molto lontani.

“Nei libri di Mereta” specifica Pagliarini, “abbiamo rinvenuto i timbri di storici club marittimi in Australia e in Malesia che avevano allestito un proprio book-crossing. E’ accaduto che una ‘casetta per i libri’, con un centinaio di volumi a disposizione, ha magicamente contribuito a risvegliare una borgata praticamente scomparsa: da un’idea iniziale degli abitanti che ci vivono in pianta stabile, circa una quindicina di famiglie, ex meretesi con figli e nipoti, proprietari di case disabitate per anni e semplici turisti affascinati dal luogo, hanno formato un vastissimo gruppo privato su whatsapp che, oltre a organizzare momenti di incontro fra amici, fa addirittura ricerche storiche sul territorio”.

Timbro proveniente dal book-crossing del club marinaro Fliyng Angel west Australia. Foto per gentile concessione Maurizio Pagliarini.

Cenni storici


A questo punto qualche cenno storico non guasta. I progenitori dei bardinetesi erano gli Epanteri, che pur dedicandosi soprattutto alla caccia ed alla pastorizia, combatterono prima contro i Cartaginesi, che sconfissero, e poi contro i Romani; indomiti ed indipendenti, restarono tali anche sotto l’imperatore Augusto. In seguito, dalla Gallia arrivarono i Bardi e verso il 500 i monaci Benedettini che insegnarono agli abitanti l’amore per la terra: sullo stemma comunale campeggiano le due torri dell’antico castello con il motto ‘In campis vita’. E questo lì salvò, perché, nonostante le incursioni dei Saraceni, fu grazie all’agricoltura che riuscirono a sopravvivere. Al lavoro dei poderi si aggiunse, nel corso degli anni, l’attività del taglio dei boschi per ottenere legname da costruzione. Il territorio era inoltre ricco di solfato di bario e di filoni di galena.

Dopo l’occupazione dei Longobardi (da cui il nome Bardineto) che avviarono gli abitanti alla pratica dell’artigianato, dei trasporti e del commercio, la località nel 775 fu soggiogata da Carlo Magno e poi donata ai frati di San Pietro in Varatella, i quali a propria volta ne incrementarono l’economia introducendo la lavorazione del ferro nelle numerose ferriere che i Marchesi del Finale e la Repubblica di Genova avevano fatto impiantare lungo le rive della Bormida e dei suoi affluenti (una di esse è ancora oggi in attività).

Nel 1142, dalla divisione dell’eredità del Marchese Bonifacio I del Vasto fra i suoi otto figli, Bardineto era toccata a Enrico il Guercio, Marchese di Savona e progenitore dei Del Carretto, contemporaneo di Federico Barbarossa e suo seguace alle Crociate. Alla morte di Enrico il Guercio (1185), il possesso di Bardineto e dell’Alta Val Bormida finì nelle mani del figlio Enrico II che, assunto il titolo dei Del Carretto, diede vita ad uno Stato capace di durare per quattro secoli e per tutto il Medioevo. All’inizio del XVII secolo, Bardineto passò sotto la dominazione spagnola fino al 1713, quando divenne parte della Repubblica di Genova, per poi essere assegnata, nel 1735, a Carlo Emanuele III di Savoia. Nel 1814, venne definitivamente aggregata agli Stati Sardi dei Savoia.

Il paese di Calizzano sorge a 647 metri s.l.m. e conserva ancora, nell’antico Borgo, i caratteri genuini e pittoreschi dell’entroterra ligure. Il castello del Marchese del Carretto sorgeva ad ovest del paese su una piccola altura, ma quando anch’esso passò agli spagnoli esisteva ormai solo “una grande casa che abitano i marchesi e un castello diroccato” (da: ‘La Spagna e il Finale dal 1567 al 1619’ di Mario Gasparini, ndr.). La sua prosperità si dovette alle numerose ferriere che lavoravano il minerale sfruttando le locali risorse di acqua, di legno e di carbone; il minerale, che giungeva grezzo dall’isola d’Elba e veniva portato a dorso di mulo per le tortuose mulattiere che univano Calizzano a Finale e Loano.

Si sviluppò così un attivo mercato di scambi di ferro lavorato, con granaglie provenienti dal Piemonte e sale della riviera, inoltre alla coltivazione della canapa si aggiunse quella del tabacco che veniva manufatto sul posto. Ma il sorgere della grande industria siderurgica costrinse all’inattività le ferriere che si trasformarono in segherie. Dall’abate e storico saluzzese Goffredo Casalis si apprende che nel 1836 vi erano a Calizzano ‘diciassette seghe ad acqua, che servono per ridurre i faggi e altre piante di alto fusto in sottili tavole… ricercatissime per la costruzione di navi, infatti si richiede sempre che la loro ossatura sia coperta di tavole di rovere di Calizzano’.

Targa all’interno della chiesetta di Mereta in ricordo di una donazione di suoi paesani emigrati a Buenos Aires datata il 19 giugno 1930. Foto per gentile concessione Maurizio Pagliarini.

Leggende locali


Non mancano, ovviamente, le leggende locali. E l’acqua, per le sue proprietà, è sempre presente nei luoghi cosiddetti ‘della guarigione’: “Uno di questi luoghi, spiega ancora Pagliarini, “è il cosiddetto ‘Sentiero delle Anime’, che collega le diverse fonti di Calizzano e comprende una serie di fontane. Tra queste la ‘Fontana da Mora’ benefica per chi soffre di artrosi, reumatismi, flebiti e infiammazioni croniche, nei cui pressi si aggirerebbe la presenza spiritica di una ragazza dai capelli corvini, probabilmente saracena. Seguono la ‘Fontana da Madunena’ in passato meta di pellegrinaggi propiziatori, e quella ‘dei Bricten’ considerata la più antica. L’acqua più leggera è quella della ‘Fontana D’Ambron’, mentre la ‘Cruvoyra’ è la fonte più frequentata: la sua acqua è adatta a curare gastriti, coliti, cistiti e gotta, grazie al basso contenuto di ferro.

A tale proposito, una leggenda, anche se alcuni anziani del posto asseriscono di averla vista davvero, riguarda la ‘Vespu surdu’, una specie di biscia che in primavera sta nei pressi delle fontane, ma che, ergendosi su improbabili zampe posteriori, è in grado di ipnotizzare con gli occhi e con un fischio assordante. Sembra essere molto velenosa, ma chi la incontra senza essere morso continuerà ad essere fortunato.
Infine la ‘lepre da Gorna’ dicono che abbia orecchie lunghe grigie e bianche, ed è talmente grossa che non ha paura di nessuno, nemmeno del cacciatore che provò a spararle senza successo; con un colpo di zampa potrebbe ancora oggi riuscire a creare uno spiazzo dove ammucchiare a legna per fare il carbone. Di sicuro la località Gorna è un posto speciale: si attraversa il bosco in punta di piedi proprio per non disturbare la lepre
”.

Sentiero nella foresta della Barbottina. Foto gentile concessione Maurizio Pagliarini.

Per chi va in gita


“Questo da Loano a Calizzano è un percorso per tutti”, conclude Pagliarini, “adatto anche alle famiglie con bambini. D’inverno offre la possibilità di cimentarsi in divertenti ciaspolate. Poco prima del giogo di Giustenice, la Cascina Porro raggiungibile in auto, offre ristorazione e pernottamento, mentre lungo la strada, una variante da percorrere a piedi sotto al monte Carmo permette di arrivare al rifugio Pian delle Bosse (CAI). Ma il percorso è studiato anche per i disabili: una bicicletta assistita da fuoristrada a tre ruote permette di affrontare anche salite del 30 per cento. Del resto, la magìa del viaggio sta nella capacità di ascoltare i messaggi degli oggetti che si svelano al viandante e lo accompagnano nella loro storia, chiedendo in cambio di vivere senza nostalgia anche l’epoca presente”.

Paola Biondi

Paola Biondi

Dice che il mistero l’affascina. In tutte le sue forme, compresa quella insita nelle persone, che a lei piace ascoltare, osservare. Gliel’hanno insegnato al liceo gli antichi greci. Naturale che faccia la giornalista, non solo professionista, ma con qualche spunto antropologico e scientifico, perché anche la scienza affronta i misteri. Il viaggio di lavoro inizia (gratis) al “Corriere Mercantile” di Genova e poi freelance per Mondadori e redattrice in Rusconi del migliore design. Caporedattore in Hachette-Rusconi, l’ha divertita molto ricevere al telefono “Patrick” o LaChapelle e per niente i reporter di Magnum dalle Torri Gemelle. Per Cairo Editore ha provato a lungo l’ebbrezza del gossip che svela tanti tipi umani; per tornare all’Arte e all’Antiquariato, il suo porto di bellezza. Scrittrice di saggi per Umberto Allemandi e Anima Edizioni, “L’amore sottile” è il primo romanzo (vedi qui la recensione) ed è già pronto il sequel. Oggi vive fra Milano e il Golfo Paradiso della Riviera ligure di Levante, dove si sente a casa.

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