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Campi Flegrei, viaggio tra mito, terra e mare


A pochi chilometri da Napoli esiste un territorio unico dove l’archeologia dialoga con la terra e il mare. Dalle coltivazioni di Pomodoro Cannellino che abbracciano il Foro di Cuma fino al fascino dell’Antro della Sibilla, per poi tuffarsi nelle acque di Baia tra le rovine sommerse e il lavoro dei mitilicoltori flegrei: un itinerario suggestivo alla scoperta dei Campi Flegrei, dove la memoria antica continua a germogliare e a nutrirci ogni giorno.

Napoli, Italia.

Dove la storia continua a germogliare

Ci sono luoghi in cui il passato si osserva dietro una teca museale. E poi ci sono i Campi Flegrei, dove la storia continua a germogliare nella terra vulcanica, a riflettersi nel mare e ad arrivare sulle tavole attraverso prodotti che raccontano oltre duemila anni di civiltà.

È questo il fascino di un territorio unico, modellato dal fuoco dei vulcani e dall’acqua del mare, dove il paesaggio non è soltanto una scenografia naturale, ma il risultato di un dialogo continuo tra uomo e ambiente. Qui i resti delle colonie greche convivono con vigneti, orti, allevamenti di mitili e borghi marinari; le antiche vie percorse dai pellegrini si intrecciano con sentieri che attraversano campi coltivati, mentre il mare custodisce intere città sommerse.

Visitare i Campi Flegrei significa così intraprendere un viaggio che supera la dimensione della semplice scoperta archeologica. Significa entrare in un territorio dove il patrimonio culturale è ancora produttivo, dove la memoria storica continua a essere coltivata, letteralmente, dagli agricoltori e dai mitilicoltori che ogni giorno lavorano gli stessi luoghi abitati dagli antichi Greci e dai Romani.

Il nostro itinerario prende avvio da Cuma, la più antica colonia greca dell’Occidente, fondata nell’VIII secolo a.C. Da qui iniziò la diffusione della cultura ellenica nella penisola italiana; qui nacquero miti destinati ad attraversare i millenni e qui il paesaggio conserva ancora oggi un equilibrio sorprendente tra archeologia, natura e attività produttive.

Cuma, dove i campi fanno parte del sito archeologico

L’immagine che molti conservano di un parco archeologico è quella di un luogo immobile, fatto di rovine, colonne e silenzio. A Cuma accade qualcosa di diverso.

Camminando lungo i sentieri che conducono al Foro romano e all’Acropoli, lo sguardo incontra infatti anche filari di pomodoro, orti e terreni coltivati. Non sono elementi estranei al paesaggio archeologico, ma parte integrante della sua identità.

È una scelta precisa del Parco Archeologico dei Campi Flegrei, che attraverso il progetto “Il Parco Conserva” ha deciso di affidare alcuni terreni agricoli demaniali alle aziende del territorio affinché continuassero a essere coltivati secondo pratiche sostenibili e nel rispetto della tradizione locale.

L’obiettivo è semplice quanto rivoluzionario: restituire al visitatore non soltanto i monumenti dell’antica città, ma anche il suo paesaggio.

Perché Cuma non viveva esclusivamente di templi, mura e santuari. La prosperità della colonia greca era alimentata dalla fertilità dei suoi campi, dagli uliveti, dalle vigne e dagli orti che si estendevano sulle sabbie vulcaniche affacciate sul mare.

Oggi quelle stesse terre continuano a produrre. Non come ricostruzione scenografica, ma come autentica continuità storica.

È forse questo l’aspetto più sorprendente del sito: il visitatore osserva gli archeologi impegnati nella tutela dei monumenti e, poche decine di metri più in là, gli agricoltori intenti a legare le piante di pomodoro alle tradizionali canne di sostegno. Due gesti diversi che, in fondo, raccontano la stessa missione: conservare un patrimonio.

Il Cannellino Flegreo, l’oro rosso nato dalla terra vulcanica

Fra tutte le coltivazioni che caratterizzano questo paesaggio, ce n’è una che più di ogni altra racconta l’identità dei Campi Flegrei: il Pomodoro Cannellino Flegreo.

Piccolo, allungato, con una lieve strozzatura centrale, la buccia sottile e una polpa compatta, è una varietà autoctona coltivata almeno dalla fine dell’Ottocento e oggi riconosciuta dalla Regione Campania tra i Prodotti Agroalimentari Tradizionali.

Per decenni la sua sopravvivenza è dipesa dagli orti familiari. Mentre il mercato privilegiava varietà più produttive, il Cannellino rischiava lentamente di scomparire, custodito soltanto dalla memoria degli agricoltori locali.

La sua rinascita nasce invece dalla volontà di recuperare un patrimonio agricolo che appartiene profondamente a questo territorio.

Le sabbie vulcaniche, ricche di minerali, la brezza che sale dal Tirreno e il particolare microclima flegreo conferiscono al frutto un equilibrio inconfondibile tra dolcezza, acidità e sapidità. È un pomodoro che non potrebbe raccontare la stessa storia se fosse coltivato altrove.

La raccolta continua ancora oggi a essere effettuata manualmente durante i mesi estivi, mentre le piante vengono sostenute dalle tradizionali canne legate con fili di juta, secondo tecniche tramandate di generazione in generazione.

Il Cannellino trova la sua espressione più autentica nella pacchetella, la storica conserva campana preparata disponendo a mano i pomodori tagliati a metà nei vasetti, preservandone profumi e consistenza. Ma negli ultimi anni ha conquistato anche la cucina contemporanea, diventando protagonista di primi piatti, pizze, zuppe e perfino originali interpretazioni gastronomiche firmate dagli chef del territorio.

Giovanni Tammaro, alla guida dell’azienda vivaistica Cumadoro e presidente di Confagricoltura Napoli,
Photo courtesy of Floriana Schiano Moriello, Ufficio Stampa, Comunicazione, Pubbliche Relazioni

Custodire un seme significa custodire una storia

Dietro questa rinascita c’è il lavoro silenzioso di aziende agricole che hanno scelto di investire nella biodiversità e nella memoria del territorio.

Tra queste c’è Cumadoro, protagonista del recupero della cultivar e custode del seme originario, non ibrido, tramandato ancora oggi attraverso la selezione dei frutti migliori.

Dalle sponde vulcaniche che lambiscono l’area archeologica del Foro di Cuma fino ai menu della grande ristorazione italiana e internazionale, la crescita del Pomodoro Cannellino Flegreo non accenna a fermarsi. Riconosciuto dalla Regione Campania tra i Prodotti Agroalimentari Tradizionali (PAT), questo piccolo gioiello dell’agricoltura flegrea è passato dai dieci ettari coltivati nel 2018 ai quasi sessanta del 2026. Un risultato che, come sottolinea Giovanni Tammaro, titolare di Cumadoro e presidente di Confagricoltura Napoli, dimostra come innovazione e tradizione possano crescere insieme.

Il seme, rigorosamente non ibrido, viene ancora custodito e selezionato manualmente. Coltivato sui terreni sabbiosi e vulcanici dei Campi Flegrei, il Cannellino conserva il sapore autentico del pomodoro di un tempo: una produzione artigianale che oggi rifornisce botteghe d’eccellenza, ristoranti, pizzerie e mercati internazionali.

Ma la valorizzazione dell’identità agricola del territorio non si ferma qui. Lo stesso Giovanni Tammaro è tra i promotori del recupero del Vigneto Santa Chiara, sulle colline di Monterusciello, un progetto che restituisce vita a terreni storicamente appartenuti alle Clarisse del Monastero di Santa Chiara. Qui tornano protagonisti i vitigni autoctoni coltivati a piede franco, come Falanghina e Piedirosso, espressione autentica del paesaggio vulcanico dei Campi Flegrei.

Il vigneto è oggi molto più di una realtà produttiva: è un luogo dove agricoltura, inclusione sociale e rigenerazione urbana si incontrano, dimostrando come la terra possa diventare uno straordinario strumento di riscatto e di valorizzazione del territorio.

È questo il filo rosso che attraversa l’intero itinerario: dai campi coltivati alle vigne, fino ai grandi siti archeologici, ogni luogo racconta una storia di memoria, identità e rinascita.

Ed è seguendo questo percorso che il cammino verso l’Acropoli cambia improvvisamente atmosfera. I filari lasciano spazio alla roccia vulcanica, il silenzio si fa più intenso e davanti al visitatore si apre uno dei luoghi più enigmatici del Mediterraneo: l’Antro della Sibilla, dove il mito continua ancora oggi a dialogare con la storia.

L’Antro della Sibilla, dove il mito prende voce

Il sentiero si lascia alle spalle gli orti e i filari del Cannellino. La vegetazione si dirada, il tufo giallo dei Campi Flegrei prende il sopravvento e il paesaggio cambia ancora una volta volto. È il bello di Cuma: nel giro di poche centinaia di metri si attraversano secoli di storia, passando dalla campagna alla città greca, fino a entrare nel cuore di uno dei miti più affascinanti del Mediterraneo.

L’ingresso dell’Antro della Sibilla appare quasi all’improvviso, scavato nella roccia dell’Acropoli. Un lungo corridoio rettilineo, circa 130 metri di lunghezza e cinque di altezza, conduce il visitatore nel ventre della collina. Le aperture trapezoidali che si susseguono lungo le pareti lasciano filtrare lame di luce che cambiano intensità durante il giorno, creando un suggestivo alternarsi di ombre e chiaroscuri. Il vento attraversa la galleria con un soffio costante, quasi fosse ancora il custode di antiche profezie.

Basta varcare quella soglia perché il viaggio cambi registro. Se fino a questo punto era stata la terra a raccontare la storia dei Campi Flegrei, qui è il mito a prendere la parola.

L’Antro, riportato alla luce nel 1932 durante gli scavi diretti da Amedeo Maiuri, rappresenta uno dei luoghi più affascinanti del Parco Archeologico dei Campi Flegrei. Gli studiosi ritengono che la galleria sia stata realizzata tra la fine del IV e gli inizi del III secolo a.C., probabilmente con una funzione militare legata alla difesa dell’Acropoli. Ma la ricerca storica convive da sempre con una tradizione ben più antica, quella che identifica questo luogo con la dimora della Sibilla Cumana, sacerdotessa di Apollo e custode dell’oracolo più celebre dell’Occidente dopo quello di Delfi.

Fu Virgilio, nel VI libro dell’Eneide, a consegnare questo luogo all’immaginario universale, immaginando proprio qui l’incontro tra Enea e la Sibilla prima della discesa agli Inferi attraverso il vicino Lago d’Averno. Attorno alla sacerdotessa è fiorita anche la celebre leggenda del dono di Apollo: una vita lunga quanto i granelli di sabbia stretti nel pugno, ma senza l’eterna giovinezza. Col passare dei secoli il suo corpo svanì, lasciando soltanto la voce, destinata a continuare a pronunciare i suoi oracoli.

Secondo la tradizione, la Sibilla scriveva i propri responsi su foglie di palma o di alloro. Il vento che attraversava la galleria le disperdeva prima che potessero essere raccolte nell’ordine corretto, rendendo ogni profezia enigmatica. Da qui deriva il termine “sibillino”, ancora oggi sinonimo di un messaggio misterioso e difficile da interpretare.

Camminando nell’Antro è inevitabile lasciarsi suggestionare. Il silenzio, la luce che filtra dalle aperture laterali e la perfetta geometria del cunicolo creano un’atmosfera sospesa, nella quale archeologia e leggenda convivono senza mai entrare in conflitto. È uno di quei luoghi in cui la storia continua ad alimentare l’immaginazione.

Risalendo verso la sommità dell’Acropoli, il panorama si apre sul golfo. I resti dei Templi di Apollo e di Giove, il Foro, la città romana e il profilo del Lago d’Averno raccontano la straordinaria ricchezza dei Campi Flegrei. Ma il viaggio non è ancora concluso.

Pochi chilometri più in là, sul promontorio di Miseno, un’altra meraviglia attende il visitatore. La Piscina Mirabilis, terminale dell’acquedotto augusteo che riforniva la Classis Misenensis, è uno dei più sorprendenti capolavori dell’ingegneria romana.

Scendere al suo interno significa entrare in una cattedrale sotterranea: un’immensa cisterna lunga 70 metri, sorretta da 48 imponenti pilastri, dove prospettive, luce e ombra trasformano un’opera idraulica in uno spazio di straordinaria bellezza. Qui il sapere tecnico dei Romani raggiunge una delle sue massime espressioni, dimostrando come funzionalità e monumentalità potessero convivere in perfetto equilibrio.

Se l’Antro della Sibilla racconta il volto del mito, la Piscina Mirabilis svela quello dell’ingegno umano. Due luoghi simbolo che, insieme ai paesaggi agricoli e ai vigneti dei Campi Flegrei, compongono un itinerario dove natura, archeologia e cultura dialogano da oltre duemila anni, regalando al viaggiatore un’esperienza autentica e senza tempo.

Ma è lo sguardo verso il mare a suggerire il passo successivo del viaggio.

Da quassù si distinguono il promontorio di Capo Miseno, il Lago Fusaro e il golfo di Baia. Quelle stesse acque che gli antichi percorrevano per commerciare, pescare e raggiungere le ville della nobiltà romana custodiscono oggi un altro patrimonio straordinario. Sotto la superficie del mare giacciono mosaici, strade e colonne appartenuti alla “Pompei sommersa” dei Campi Flegrei; sopra quelle rovine, invece, lavorano ogni giorno uomini che continuano a vivere del mare come accadeva oltre duemila anni fa.

Sono i mitilicoltori flegrei, i moderni “contadini del mare”, custodi di una tradizione che ha trasformato la Cozza Flegrea in una delle eccellenze più identitarie della Campania. È lì che il nostro viaggio prosegue, seguendo ancora una volta quel sottile filo che, nei Campi Flegrei, unisce il passato al presente.

Baia, dove il mare continua a custodire la storia

Dall’alto dell’Acropoli di Cuma lo sguardo si apre verso il Golfo di Pozzuoli. È un panorama che racconta da solo la natura dei Campi Flegrei: una terra nata dal fuoco, modellata dal mare e abitata dall’uomo fin dall’antichità. Laggiù, dove oggi il mare lambisce la costa di Baia, il tempo ha scritto un’altra pagina straordinaria della storia di questo territorio.

Il fenomeno del bradisismo ha lentamente sommerso ville, porti, mosaici e strade romane, trasformando Baia in uno dei siti archeologici subacquei più affascinanti del Mediterraneo. Navigare sopra il Parco Archeologico Sommerso significa osservare colonne, pavimenti musivi e antiche architetture che riaffiorano sotto il pelo dell’acqua, restituendo l’immagine di quella che fu la località di villeggiatura preferita dagli imperatori romani.

Ma i Campi Flegrei riescono ancora una volta a sorprendere. Proprio sopra quelle testimonianze archeologiche continua a vivere un’attività che affonda le proprie radici nella storia di queste comunità: la mitilicoltura.

I “contadini del mare”, custodi di una tradizione millenaria

Tra Capo Miseno, il Lago Fusaro e la costa di Baia lavorano quelli che amano definirsi, con orgoglio, i “contadini del mare”. Una definizione che racconta meglio di qualsiasi altra il loro rapporto con il territorio.

Come gli agricoltori coltivano la terra rispettandone i cicli naturali, così i mitilicoltori allevano le cozze seguendo i ritmi del mare, delle correnti e delle stagioni. È un sapere tramandato da generazioni, fatto di esperienza, osservazione e profonda conoscenza dell’ambiente marino.

La protagonista è la Cozza Flegrea (Mytilus galloprovincialis), mollusco che trova proprio nelle acque dei Campi Flegrei condizioni ambientali particolarmente favorevoli. Le correnti costanti, la ricchezza di sali minerali e l’incontro tra mare e sorgenti rendono queste cozze particolarmente carnose, sapide ed equilibrate, tanto da rappresentare oggi una delle eccellenze agroalimentari della Campania.

Una tradizione che affonda le proprie radici nell’antichità: già le monete dell’antica Cuma raffiguravano una cozza accanto a una spiga di grano, simbolo di una comunità che riconosceva nella terra e nel mare le due grandi risorse della propria economia. Nei secoli successivi Baia divenne il raffinato laboratorio gastronomico dell’Impero Romano, con vasche dedicate all’allevamento di molluschi e pesci pregiati, mentre nel Settecento furono i Borbone a rilanciare questa vocazione attraverso l’ostricoltura del Lago Fusaro.

Una storia che continua ancora oggi.

Dal mare alla tavola, una filiera che guarda al futuro

Per comprendere davvero il valore della Cozza Flegrea bisogna seguirne il percorso fino alla tavola. È ciò che avviene nello stabilimento Latomare – Eurofish, uno dei principali punti di riferimento della filiera mitilicola flegrea.

Guidati da Fabio Postiglione, si scoprono tutte le fasi del processo produttivo: dall’allevamento in mare aperto alla raccolta, dalla selezione alla depurazione, fino al confezionamento destinato ai mercati. Un racconto che restituisce dignità e valore al lavoro quotidiano dei produttori, spesso poco conosciuto dal consumatore finale.

Oggi questa filiera guarda anche al futuro attraverso il percorso che punta al riconoscimento della Cozza Campana IGP, un traguardo importante per valorizzare una produzione fortemente identitaria e distinguerla nel panorama mediterraneo.

Navigando sopra la città sommersa

C’è un momento in cui il viaggio nei Campi Flegrei cambia ancora prospettiva. Non si cammina più tra i sentieri di Cuma né lungo il suggestivo corridoio dell’Antro della Sibilla. Si sale a bordo di un’imbarcazione e si lascia che sia il mare a raccontare un’altra straordinaria pagina di storia.

È un’esperienza che il Consorzio Mytilus, promotore della valorizzazione della Cozza Flegrea e della cultura della mitilicoltura, propone in occasione del Mytilus Fest: una navigazione lungo la costa di Baia, spesso a bordo di barche con fondo trasparente, che permette di ammirare uno dei paesaggi più sorprendenti del Mediterraneo.

Sotto la superficie dell’acqua affiorano mosaici, colonne, antiche strade e i resti delle sontuose ville romane sommerse dal lento fenomeno del bradisismo, oggi custodite dal Parco Archeologico Sommerso di Baia, uno dei siti archeologici subacquei più affascinanti al mondo.

È un viaggio che emoziona perché archeologia e vita contemporanea convivono nello stesso scenario. Mentre sul fondale riaffiora la Baia imperiale, poco distante si distinguono gli impianti della mitilicoltura, dove i “contadini del mare” allevano la Cozza Flegrea (Mytilus galloprovincialis) seguendo pratiche tramandate da generazioni. Un’immagine capace di raccontare, da sola, l’identità dei Campi Flegrei.

Questo profondo legame tra mare e terra trova la sua sintesi perfetta in un antico simbolo: quel conio cumano dove la cozza e la spiga di grano appaiono unite. È il ritratto di un’economia millenaria, un equilibrio che racconta come, già oltre duemila anni fa, la ricchezza di Cuma si fondasse sulla coesistenza tra agricoltura e pesca.

Osservando quel paesaggio dalla barca si comprende allora il significato più autentico di questo territorio. Le ville sommerse dialogano con gli allevamenti di mitili, le antiche rotte percorse dalle navi romane incontrano il lavoro quotidiano dei mitilicoltori e il patrimonio storico continua a vivere accanto alle attività produttive che ancora oggi modellano questa costa.

Più che una semplice escursione, è un viaggio nella memoria del Mediterraneo, dove il mare non separa il passato dal presente, ma continua a unirli in un unico, straordinario racconto.

Il paesaggio che non ha mai smesso di vivere

Alla fine del viaggio si comprende che i Campi Flegrei non sono soltanto una destinazione archeologica, né semplicemente una terra di grandi prodotti gastronomici.

Sono qualcosa di molto più raro.

Sono un paesaggio vivente.

Qui il Pomodoro Cannellino cresce tra i resti della più antica colonia greca d’Occidente. L’Antro della Sibilla continua a evocare il fascino del mito che Virgilio ha consegnato alla storia. Poco più in là, sopra le ville sommerse dell’antica Baia, i contadini del mare allevano la Cozza Flegrea, proseguendo una tradizione che attraversa i secoli. È questo intreccio continuo tra archeologia, agricoltura, mare e comunità a rendere i Campi Flegrei un luogo straordinario.

Qui il patrimonio non è soltanto conservato. È coltivato. È pescato. È cucinato. È raccontato.

Ed è forse questa la lezione più bella che questo angolo di Campania offre al viaggiatore: la storia non vive soltanto nei monumenti. Continua nelle mani di chi lavora la terra, naviga il mare e custodisce saperi antichi trasformandoli, ogni giorno, in un patrimonio condiviso.

Perché nei Campi Flegrei il passato non è mai davvero passato. È una presenza discreta ma costante, che accompagna ogni passo del viaggio e ricorda come il tempo, qui, abbia scelto di non fermarsi, ma di continuare a generare vita.

Testo e Photo by Carlo Ingegno


Carlo Ingegno

Carlo Ingegno

Editore-Direttore Agenda Viaggi. Il primo grande viaggio? Quasi 15 ore di aereo per attraversare il mondo, ed arrivare in fondo al Sud America, tappa la bella Buenos Aires, dove ci rimane per ben dodici anni. Qui la prima esperienza lavorativa, nell'editoriale Rizzoli, che aveva acquistato nella città tanto amata da Jorge Luis Borges una nota casa editrice. Negli anni ‘80 torna in Italia, a Milano, questa volta per lavoro in Rcs, dove si occupa di costume, immagine e grafica. Inoltre viaggia, fotografa e scrive storie dal mondo con approccio esplorativo sempre attento ai dettagli. Oggi dirige Agenda Viaggi con un gruppo di persone molto speciali. Vive a Monza ma spesso si sposta a Verzimo, un paesino del XI sec. in provincia di Vercelli, in una casa piccola, soleggiata, per metà ristrutturata, un giardino incolto e mobili tutti diversi per epoche e stili, come la vecchia tavola da surf testimone di lunghe cavalcate sulle onde in California o come l'eccentrico menù del caffè Granola a Copenaghen, la foto scattata alla cisterna di vetro colorata da Dumbo, Brooklyn, dell'artista Tom Fruin, e le belle stampe che immortalano la piacevole solitudine sulla spiaggia di Margate nella contea del Kent in Inghilterra.

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