Un viaggio sensoriale che parte dagli scavi romani dell’Isola d’Elba per arrivare ai banchetti di Giulio Cesare. Sabato 28 febbraio, Firenze ospita la prima edizione di ArcheoVinum all’interno di “tourismA”, un convegno che esplora l’alleanza millenaria tra patrimonio archeologico e produzione vitivinicola. Tra i protagonisti assoluti l’Azienda Agricola Arrighi, capace di trasformare i reperti storici delle antiche ville romane in un progetto enologico d’avanguardia. Dalla vinificazione in anfora all’incredibile esperimento del vino immerso nel mare, ecco come la memoria del passato modella i grandi vini del presente.
Firenze, Italia.
ArcheoVinum: l’appuntamento a Firenze
L’appuntamento è fissato per sabato 28 febbraio, dalle ore 9:00 alle 13:00, presso il Salone Archeologia e Turismo Culturale “tourismA“. L’ingresso è libero e gratuito. Questo primo convegno, promosso dall’Università di Bari, nasce con l’obiettivo di analizzare la convergenza tra patrimonio storico e vino di qualità. In questo scenario, i beni materiali come mosaici e antiche ville si fondono con quelli immateriali, come i saperi e le identità territoriali, creando modelli di valorizzazione economica e culturale di grande interesse scientifico e gestionale.

Il segreto dei “Dolia Defossa” a San Giovanni
Tra i casi più significativi di questa alleanza tra terra e memoria brilla l’Azienda Agricola Arrighi dell’Isola d’Elba. Per Arrighi, la scelta dell’anfora non è una moda, ma un atto di fedeltà storica. Gli scavi condotti dai professori Franco Cambi e Laura Pagliantini (Università di Siena) presso la villa romana di San Giovanni, a Portoferraio, hanno svelato una vocazione enologica antichissima. Sono stati infatti rinvenuti i dolia defossa: grandi vasi interrati capaci di contenere oltre mille litri ciascuno. Con una capacità complessiva di circa 6.000 litri di vino, questi reperti testimoniano quanto l’Elba fosse centrale nella produzione vinicola imperiale.

L’anfora e l’identità del terroir
L’utilizzo della terracotta è fondamentale: essendo un materiale naturale, permette al vino di evolversi respirando, mantenendo intatta l’identità dell’uva e restituendo le sfumature del terroir. In questo solco nascono etichette che portano nel calice la memoria di chi lavorava queste terre duemila anni fa. È il caso di Valerius, un I.G.T. Toscana bianco (Ansonica in purezza), il cui nome rende omaggio a Valerio Messalla, antico proprietario della maestosa Villa delle Grotte di Portoferraio.
Hermia: il nome del cantiniere ritrovato
Un’altra storia affascinante è legata a Hermia, I.G.T. Toscana bianco da Viognier in purezza. Questo vino, anch’esso affinato in terracotta, porta il nome di una figura reale: un cantiniere e schiavo vissuto 2.100 anni fa. Hermia viaggiò fino a Minturno per acquistare i grandi orci della villa, imprimendo su di essi il proprio nome accanto al simbolo di un delfino, icona legata a un’antica leggenda dell’Asia Minore. Produrre questo vino oggi significa sottrarre un uomo e la sua fatica all’oblio della storia.

Nesos: la rinascita del leggendario “Vino Marino”
Il culmine della ricerca di Arrighi è rappresentato da Nesos, un esperimento unico ispirato al “vino degli dei” dell’isola di Chio. Nato nel 2018 in collaborazione con il professor Attilio Scienza (Università di Milano) e la professoressa Angela Zinnai (Università di Pisa), Nesos viene oggi prodotto in una tiratura limitata di 270 bottiglie numerate. Il processo è straordinario: le uve Ansonica vengono chiuse in ceste di vimini e immerse in mare per cinque giorni a una profondità tra i 7 e i 10 metri. Per osmosi, il sale marino penetra nell’acino agendo come disinfettante naturale.

Un vino da banchetto imperiale
Dopo l’appassimento al sole e la vinificazione in anfora con le bucce, senza lieviti selezionati né solfiti aggiunti, Nesos riposa un anno in bottiglia. Il risultato è un vino di una naturalezza straordinaria, spiritualmente vicino a quei vini greci che Varrone definiva “da ricchi” e che lo stesso Giulio Cesare offriva nei suoi banchetti. Con Arrighi, l’archeologia smette di essere uno sfondo decorativo per diventare l’anima stessa del prodotto, dimostrando che il futuro del vino può avere radici profonde oltre duemila anni.
Credits photo Biodivers. Courtesy of Daniela Mugnai Ufficio Stampa




