Negli spazi industriali di 10·Corso·Como, un’imponente installazione di settanta cappotti neri invita a un viaggio introspettivo tra memoria e assenza. Un omaggio al maestro Jannis Kounellis che trasforma la galleria milanese in un palcoscenico per l’umanità, offrendo ai visitatori un’occasione unica per riflettere sui temi del nomadismo e dell’identità in un contesto dove l’arte incontra la cultura visiva più raffinata.
Milano, Italia.
Uno spazio industriale che si fa teatro del silenzio
Maggio a Milano non è solo un mese sul calendario, ma un momento di fermento internazionale in cui l’Italia diventa il palcoscenico delle più grandi esposizioni. In questo scenario, la Galleria di 10·Corso·Como sceglie di celebrare il genio di Jannis Kounellis, figura centrale dell’Arte Povera. Dal 13 maggio al 16 giugno 2026, gli ambienti che un tempo ospitavano macchinari industriali e oggi sono simbolo di avanguardia creativa, accolgono un progetto speciale realizzato con la Galleria Fumagalli. Sotto la cura di Alessio de’ Navasques, lo spazio si spoglia del superfluo per trasformarsi in un teatro essenziale: un invito al silenzio e alla riflessione dove il visitatore smette di essere spettatore per farsi parte integrante dell’opera.

Sopra, Jannis Kounellis. Untitled Detail Lucrezia Roda, Courtesy Galleria Fumagalli.
Photo grande in altro, Jannis Kounellis Portrait, Courtesy Galleria Fumagalli
La drammaturgia dell’assenza: settanta macchie di memoria
Il cuore pulsante di questa esposizione è un’unica, monumentale installazione che il maestro greco realizzò nel 2009. Lo sguardo viene catturato da settanta cappotti neri, disposti nello spazio bianco come macchie, come orme lasciate da un passato che ancora ci interroga. In un presente scosso da profonde trasformazioni e dal dibattito incessante sulle migrazioni e sulla condizione dell’essere umano in transito, l’opera di Kounellis agisce come un potente dispositivo di introspezione. Non è solo arte da osservare, ma un monito che invita ad arrestare il passo frenetico del quotidiano per guardare oltre la superficie delle cose, cercando le radici della nostra esistenza.
Il cappotto come impronta dell’anima e dell’umanità
Kounellis ha sempre amato i luoghi non convenzionali — dalle chiese ai garage, dai ruderi alle ex fabbriche — portando la creatività fuori dai confini protetti dei musei per restituirla alla dimensione pubblica. All’interno della Galleria, la sequenza serrata di indumenti diventa una narrazione collettiva: il cappotto non è qui un semplice oggetto di moda, ma una traccia materiale e immateriale di chi lo ha abitato. Questi oggetti si fanno segni di presenza e assenza, simboli di una vulnerabilità che diventa forza. Sono frammenti di vite vissute, portatori di storie individuali che si intrecciano in un grande atto unico, dove la vita stessa va in scena senza filtri.

Jannis Kounellis, Untitled. Foto Lucrezia Roda. Courtesy Galleria Fumagalli, Milano
Tra cinema, letteratura e sacro: l’abito come testimone del tempo
Inserita nel contesto unico di 10·Corso·Como, dove la moda dialoga con l’arte e l’incontro tra discipline è la norma, l’opera di Kounellis si carica di significati stratificati. Il cappotto diventa un’allegoria potente di nomadismo e diaspora, richiamando le atmosfere della grande letteratura di Gogol e Dostoevskij o le immagini cariche di verità del cinema neorealista. In questa installazione, l’abito si fa calco, corpo e sudario, unendo idealmente la dimensione sacra alla denuncia sociale. Per il pubblico di Agenda Viaggi, la mostra rappresenta una tappa fondamentale per riscoprire il valore dell’abito come testimone del tempo e custode della nostra storia più profonda.



