Il viaggio è innanzitutto la scoperta. E forse l’atteggiamento più giusto è essere pronti a tutto, senza pregiudizi e attaccamenti a ciò che si conosce già. Altrimenti non si può scoprire veramente niente. Sembrerebbe lapalissiano, ma a volte è più difficile di quanto ci aspettiamo, perché la resistenza può avere mille facce. Può essere utile pensare che, se la paura di perdere certezze giustifica la comfort-zone, di certo non genera slanci di felicità.
Giappone.
Da sempre scrivo per passione, ed è anche il mio lavoro. Per raccontare storie che andrebbero perse, per cercare il meglio dell’essere umano. Questo mio itinerario in Giappone, suddiviso in 4 supersteps, non segue comuni modalità da “forzati” del turismo. Non è proprio un viaggio, ma una vacanza. E il leit-motiv è stato: “vedo quello che mi va e non lesino sui metri quadri a mia disposizione”, cosa, quest’ultima, che da quelle parti non è trascurabile. Allora quella terra si svela piena di sorprese, e, perché no, ti fa innamorare.
2° SUPERSTEP

Sulla monorotaia.
Shinanomachi
Una delle prime scoperte è che a Tokyo esiste un intero quartiere dedicato alla filosofia buddista, custodita dai preti giapponesi per 800 anni, ma sviluppatasi fra la gente solo dopo la devastazione nucleare che pose fine alla Seconda guerra mondiale, fino a diffondersi in quasi tutti i paesi del mondo. Sulla monorotaia e poi con la Yamanote Line ci dirigiamo verso Shinanomachi. Questo quartiere di Tokyo ospita gli edifici della Soka Gakkai, l’organizzazione laica internazionale ispirata alla filosofia buddista del monaco giapponese Nichiren Daishonin (1222-1282) con tanto di quotidiano, il Seikyo Times, dalla tiratura stellare, e l’Accademia Culturale musicale Min-On, che organizza concerti in tutto il mondo.

Verso il quartiere di Shinanomachi.
Tale filosofia sostiene che il cambiamento di una singola persona, un passo alla volta, sia il mezzo più rapido per trasformare il destino dell’intera umanità, attraverso l’impegno per la pace, la cultura e l’educazione: “Soka” vuole dire “creazione di valore”. Il Daiseido è l’edificio dedicato alla pace mondiale, che accoglie i devoti e ospita il Gohonzon, una rappresentazione scritta dell’universo (anche quello interiore). Con lo sguardo su di esso, è possibile concentrare la pratica della meditazione, che si basa sulla ripetuta pronuncia della frase “Nam Myoho Renghe Kyo”.

L‘edificio dedicato alle donne.
Questa ha il potere di attivare l’essenza di Budda considerata inerente a ciascuna persona, utile per valorizzare tutto il proprio potenziale e manifestare il meglio di sé. Ma che cosa significa “Nam Myoho Renghe Kyo”? In sanscrito la parola “nam” vuole dire “mi lego” e il resto in cinese antico è il titolo del Sutra del Loto, ovvero l’insegnamento finale del Budda Shakyamuni, altrimenti detto Siddartha (protagonista anche del famoso romanzo di Hermann Hesse, il secondo libro più venduto al mondo dopo la Bibbia). Complessivamente, la traduzione basic è: “Mi lego alla mistica legge universale di causa ed effetto attraverso il sutra”. Per saperne di più vedi lo step a Hiroshima.

La parrucca da geisha.
Asakusa e dintorni
Il sesto step mescola il sacro con il profano: il tempio più antico e lo sfrenato shopping turistico, il profumo d’incenso e quello dei cibi da strada, il rosso prezioso della lacca e la confusione multicolor di gente multietnica, che si aggira fra i più insoliti punti vendita. Oggi è la volta di un ironico tuffo nella tradizione. Il Senso-ji di Asakusa è il tempio più antico di Tokyo, dicono abbia origini millenarie, con la sua rarissima pagoda a cinque piani e la porta rossa “del Tuono” dove tutti si mettono in posa per una foto ricordo; molte signore ci arrivano in kimono, non è chiaro se per rispetto o per pubblicità.

Il tempio Senso-ji di Asakusa con la pagoda a cinque piani.
Da qui ci si addentra nella via dello shopping Nakamise Dori e poi a Kappabashi, fra le botteghe artigiane dei coltelli, di cui il Giappone ha vasta tradizione, passando dal vasellame di ceramica e negozi interi di cibo da esposizione, fatto di cera. Resto indecisa fra i sushi finti e la parrucca da geisha. In zona, da non perdere, è il coloratissimo mercato di Ameyoko, ma la proposta più curiosa è quella di andare all’onsen del pediluvio, dove puoi stare quaranta minuti in acqua termale calda mentre sorseggi té verde: con una media di 18 mila passi al giorno le estremità ringraziano.

Il ristoro delle estremità.
Con buona pace dei piemontesi, qualche distributore automatico vende addirittura la carne fresca, ma per fortuna opteremo per una cena dove ciascuno si cuocerà la propria tagliata sulla brace personale. La questione evoca un che di filosofico: da queste parti le riflessioni vengono indotte a tradimento.

L’insegna dello Shinkansen in stazione
Il mitico Shinkansen
Raggiunta col treno superveloce, una tappa d’obbligo è quella a Hiroshima, e da Tokyo ci si va a gran velocità. Il treno Shinkansen copre i circa 820 chilometri in poco più 4 ore e non conosce ritardi. Uscito dalla periferia della metropoli, s’inoltra nella campagna fra le risaie e le casette dai tetti blu, finché il paesaggio non comincia a incresparsi di colline: si tratta della “Golden Route”, e il percorso prevede fermate nelle città intermedie di Nagoya, Kyoto e Osaka. Ma il più bello è che il comodo sedile, se la giornata è tersa, offre la più semplice occasione di vedere il monte Fuji. Purtroppo oggi non è quella giornata, anzi, fino a destinazione piove un po’, ma la nebbia sottile ha il suo fascino.

Il Dome in notturna
Anche in questo caso la scelta è inusuale: passeggiamo a Hiroshima di notte: lungo il fiume Ota, tutto sembra quieto, ed è difficile credere a quanto accadde proprio qui il 6 agosto 1945; finché dal buio emerge suggestiva la sagoma del Dome, fra i due o tre edifici rimasti più o meno riconoscibili dopo la bomba, mentre sulla riva opposta l’orologio segna il minuto della deflagrazione atomica. Non restano molte parole. Ma qui il tempo non si è fermato: i Giapponesi forse vogliono dimenticare? Le terze generazioni per fortuna non sanno che cosa sia davvero la guerra.

Sul traliccio l’orologio segna l’ora della tragedia
Usciamo dal parco e ci avviciniamo alla zona rutilante di luci e di locali, dove si aggirano avventori di tutte le età e business men già alticci, con la cravatta slacciata sulla camicia bianca e l’abito scuro d’ordinanza; ma non è nulla di strano: un atto liberatorio appare quasi necessario, in più non dimentichiamo che il fisico dei Giapponesi è geneticamente carente dell’enzima che aiuta a metabolizzare l’alcool.

Il ponte sul fiume.
Hiroshima
La mattina dopo, andiamo al sacrario di Hiroshima, di recente costruzione. Mentre una tv intervista ancora qualche testimone, entriamo e un corridoio a spirale in discesa e in penombra, ci conduce fino al cenotafio che rappresenta punto esatto dove la bomba esplose in quota, e custodisce i nomi di tutte le vittime, oltre 140mila, spesso l’unica cosa rimasta di loro. In maniera assolutamente irrazionale, viene spontaneo cercare anche il proprio cognome per poi tirare un respiro di sollievo. L’acqua delle fontane intanto scende a profusione, quasi per lavare e dare pace, ma riesce meglio a ricordare quanti vi anelavano, per l’arsura raccapricciante che patirono, con il corpo straziato senza speranza, fino agli ultimi istanti di vita.

Nel sacrario, con i nomi delle vittime, il simbolo del disastro nucleare.
Al ritorno in hotel, guardo distrattamente dalla finestra della camera e scopro in cima a un palazzo una scritta luminosa verde che dice: Soka Gakkai. Il caso non esiste proprio. Nata dagli studi degli scritti di Nichiren Daishonin) condotti negli anni Trenta dall’educatore e pedagogista giapponese Tsunesaburo Makiguchi (1871-1944) la cui “Teoria del Valore” viene studiata ancora nelle università di tutto il mondo, la Soka Gakkai si sviluppò in Giappone proprio in seguito alla tragedia della bomba atomica, grazie all’imprenditore Josei Toda (1900-1958) che decise di avere Makiguchi come maestro e di dedicare la propria vita alla diffusione di una filosofia di speranza e ricostruzione. Avere un buon maestro è una grande fortuna.

Tsunesaburo Makiguchi.
La sfida era credere nelle infinite capacità dell’essere umano sostenuta dal buddismo di Nam Myoho Renghe Kyo (per il significato di questa frase vedi step Shinanomachi). L’impegno in tal senso non fu facile, perché all’epoca lo shintoismo era un obbligo, che aveva ispirato l’intero atteggiamento del Giappone durante la guerra. Infatti, Makiguchi e Toda furono condannati per essersi opposti alle politiche del regime militarista e Makiguchi morì in carcere.

L’ingresso al sacrario con la fontana.
Dall’inizio degli anni Sessanta il terzo maestro, Daisaku Ikeda (1928-2023) si è impegnato fin da giovanissimo a diffondere questo insegnamento anche fuori del Giappone, in 197 paesi del mondo. Per fare ciò ha incontrato capi di stato e studiosi sviluppando dialoghi che sono stati pubblicati, ha presentato ogni anno una proposta di pace all’ONU, ha tenuto conferenze e ha scritto libri di guida tradotti in molte lingue per rendere accessibile a tutti tale filosofia. L’applicazione pratica di questo buddismo nella vita quotidiana cambia il punto di vista e lo stato vitale dell’individuo, che può così affrontare e risolvere problemi e sofferenze con sorprendente lucidità e saggezza. Ne deriva un’esistenza consapevole, più profonda e indipendente, e quindi più felice.
Appuntamento la prossima settimana con: Giappone, Diario di Viaggio 3° SUPERSTEP
Photo Paola Biondi




