Ispirato a una storia vera, 7 minuti porta in scena una fabbrica specchio dei nostri tempi. Lavoro, diritti e dignità nel testo di Stefano Massini per la regia di Alessandro Gassmann. Con Ottavia Piccolo protagonista nei panni di Bianca. Al Piccolo Teatro Strehler fino al 28 febbraio.
Milano, Italia.
Lavoro, diritti, dignità. E donne. Tutto in 7 minuti. Sette minuti di pausa da cedere contro il posto di lavoro. Lasciare o prendere. Sì o no. Risposta scontata? Forse a prima vista. Ma la riflessione si fa ampia e profonda e la risposta per niente scontata. Stefano Massini, che ha raccolto l’eredità di Ronconi come direttore artistico del Piccolo di Milano, firma un testo di drammatica attualità e intenso senso civico, legato alla precarietà del lavoro, alle differenze sociali, culturali, generazionali e alla paura del futuro. Partito da Bologna il 20 novembre 2014, 7 minuti approda ora a Milano, dal 23 al 28 febbraio, al Piccolo Teatro Strehler.
Lo spettacolo di Alessandro Gassmann si apre come un film sulle note di una musica ritmata che lascia il posto a dieci lavoratrici del tessile, in spasmodica attesa del ritorno di Bianca, la loro portavoce, dalla riunione con la nuova proprietà della Picard & Roche. Una riunione di quasi quattro ore. Che novità ci saranno? Ma, soprattutto, avranno ancora un lavoro? E perché Bianca non torna? Perché ci deve essere un portavoce? L’atmosfera è tesa. Vola qualche battuta, ma l’ansia si sente e anche la diffidenza verso Bianca. Già si confrontano, e scontrano, ma sono tutte d’accordo: qualsiasi cosa per il loro posto di lavoro.
E Bianca torna. Sì il posto è salvo. Scoppia la gioia. Bianca, però, non è felice. È stanca. E ha qualcosa da aggiungere. Quattro ore di riunione tra gentilezza e cortesia, quasi una colla che si appiccica in faccia e una fintissima serenità, per non dire niente. Per lasciare, solo alla fine, una lettera con una richiesta. Una sola condizione. Rinunciare a 7 minuti dei 15 di pausa per non essere licenziate.
Nello spogliatoio della fabbrica, unico e realistico spazio scenico della rappresentazione, si alzano i sì delle dieci colleghe. Decisione presa senza neanche votare. Ma Bianca chiede il confronto, chiede ragione dei loro sì e vuole spiegare i suoi dubbi. È la più anziana, lavora nella fabbrica da trent’anni, e la sua esperienza la porta a sentire una stretta allo stomaco. Che cosa sono 7 minuti? È una piccola richiesta, come si fa a non accettare? E proprio perché tutto dice di accettare, lei rifiuta.
Il dibattito ora è ufficialmente aperto. Rappresentano il consiglio di fabbrica e la loro decisione vincolerà tutte le duecento dipendenti. Una grande responsabilità. Per se stesse e per le altre. Ognuna di loro ha una ragione e la espone, raccontando la propria storia sottolineata dalle luci e dalla regia quasi in un palco parallelo. Un inframezzo trasparente tra palco e platea per le proiezioni. La volitiva Bianca porta la riflessione in profondità. Un rapido calcolo su quanto questi 7 minuti, moltiplicati per il numero delle dipendenti, porti in tasca alla proprietà, seicento ore di lavoro in più senza assumere nessuno, e quanto invece significhino per loro quei 7 minuti. 7 minuti che racchiudono i loro diritti. Non un lusso. E a piccoli passi, se cedono ora, dove si arriverà domani? Che esempio di arrendevolezza avranno le altre aziende? La loro decisione potrebbe creare un precedente, capace di incidere sulla vita di altri lavoratori.

Ma che cosa sono 7 minuti? Sono dignità e diritti acquisiti, sono storia fatta da chi è venuto prima e da lasciare a chi verrà dopo. Sfilano caratteri che rappresentano la nostra realtà, la nostra società. Queste undici donne, nove operaie e due impiegate, sono un microcosmo, fatto di madri e figlie. Donne italiane, come la romana e la milanese, straniere, come la polacca, la turca o l’africana. Donne musulmane. Donne al primo contratto a quarant’anni e che sognano finalmente una famiglia. Giovani che dovranno lavorare una vita e non più giovani che hanno già lavorato una vita e intravedono la pensione. Con una recitazione molto fisica, portano in scena forza e dignità, paura e dubbi. E proprio sulla paura la domanda fondamentale, che travalica il lavoro stesso. Cosa siamo disposti ad accettare per paura? Qualsiasi cosa?
In balia della paura di perdere il lavoro, queste undici donne sono costrette a uno sforzo eroico di raziocinio per non cedere alla legge della necessità che la dirigenza della loro fabbrica tenta di usare come strumento di un tacito ricatto, per offuscare la loro dignità e indebolire i diritti acquisiti. I sì alla proposta capestro iniziano a scricchiolare e qualche no si aggiunge. Ma come in un percorso circolare, la mancanza di fiducia nell’anziana del gruppo torna a serpeggiare e a prendere corpo. Bianca se ne va. Esce di scena lasciando sul tavolo il suo rifiuto e l’ultima decisiva votazione. Siamo sul cinque a cinque. L’ultimo voto, quello decisivo, spetta alla pratica, e razionale Sofia. Il finale resta aperto, ma si può indovinare sul suo volto un sorriso beffardo e soddisfatto. Su quel viso, qualunque sia la risposta, non sembra più esserci paura.
La pièce di Stefano Massini si basa su una storia vera accaduta in Francia nel 2012. “Ci sono storie che ti vengono a cercare. Sembra che facciano davvero di tutto per essere raccontate, per essere scritte. Una di queste ha raggiunto e conquistato me e ha a che fare con le operaie tessili di Yssingeaux, nell’Alta Loira” ha detto Stefano Massini. “In questo passaggio storico, 7 minuti è il testo che andavo cercando”, ha aggiunto Alessandro Gassmann. “Parliamo di lavoro, di donne, di diritti, raccontiamo le paure per il nostro futuro e per quello dei nostri figli, le rabbie inconsulte che situazioni di precarietà̀ lavorative possono scatenare”.
In Francia votarono sì, con un solo voto contrario. Nel tempo le operaie hanno pagato una a una la scelta, perdendo il posto di lavoro. Nel testo di Massini, la risposta resta sospesa. Novanta minuti che volano, dove l’importante non sarà il sì o il no, ma la riflessione, lucida e raffinata che non può non coinvolgerci tutti.
Magistrale Ottavia Piccolo, con la sua Bianca che non è contro a priori, ma conduce le altre a un ragionato rifiuto. Simbolo di un cambiamento che nasce da ognuno di noi. Bravissime, accanto a lei, Paola Di Meglio, Silvia Piovan, Olga Rossi, Balkissa Maiga, Stefania Ugomari Di Blas, Cecilia Di Giuli, Eleonora Bolla, Vittoria Corallo, Arianna Ancarani, Giulia Zeetti.
Si esce da 7 minuti con la positiva sensazione di non avere paura della paura, nel lavoro, nel privato e nella società, e che ogni sfida è possibile.
Dove: Piccolo Teatro Strehler – Largo Greppi, 1 Milano
Quando: dal 23 al 28 febbraio 2016.
Orari: martedì, giovedì e sabato ore 19.30; mercoledì e venerdì ore 20.30; domenica ore 16. Mercoledì 24 febbraio ore 15 (Touring Club e Scuole) e ore 20.30.
Durata: un’ora e 30 minuti senza intervallo.
Biglietti: a partire da € 15. Nelle serate di spettacolo la prevendita dei biglietti è sospesa a partire da un’ora prima della rappresentazione.
Informazioni e prenotazioni: info@piccoloteatro.org PiccoloTeatro.org
Tel. 848.800.304 e, dall’estero, +39 02.42.41.18.89.
Francesca M. Ferrari
francesca@agendaviaggi.com
Foto ©De Martino B






