Fino al 18 ottobre è andato in scena al Teatro Filodrammatici di Milano il testo controverso di Caryl Churchill, diretto da Andrea Adriatico. Uno spettacolo di soli 45 minuti che ha attraversato la memoria, la guerra e il difficile compito di raccontare la violenza ai bambini, trovando proprio nel finale uno dei suoi momenti più intensi.
Milano, Italia.

Raccontare la guerra ai bambini
Cosa raccontare a un bambino della guerra? Quanto della verità è giusto rivelare e quanto, invece, nascondere per proteggerlo?
Sono queste le domande che attraversano Sette bambine ebree. Un’opera per Gaza, il testo scritto nel 2009 dalla drammaturga britannica Caryl Churchill, all’indomani dell’operazione militare israeliana Piombo fuso nella Striscia di Gaza.
Sette brevi quadri, sette momenti della storia del popolo ebraico, dalle persecuzioni naziste e dalla Shoah fino alla nascita di Israele e al conflitto israelo-palestinese. A parlare sono gli adulti, impegnati a decidere cosa dire e cosa tacere alle bambine, che non compaiono mai sulla scena.
Il risultato è un racconto fatto di parole, omissioni, paure e contraddizioni. Perché dietro il desiderio di proteggere i più piccoli si nasconde anche il modo in cui gli adulti costruiscono e tramandano la propria versione della Storia.

Un testo controverso che continua a interrogare
Fin dal suo debutto al Royal Court Theatre di Londra, nel 2009, Sette bambine ebree ha suscitato un acceso dibattito. Accolto da alcuni come una denuncia della violenza contro i civili palestinesi, è stato criticato da altri per una rappresentazione ritenuta parziale e, in alcuni passaggi, accusata di antisemitismo.
A distanza di diciassette anni, il testo conserva la sua capacità di dividere e interrogare il pubblico.
Nella versione di Andrea Adriatico, prodotta da Teatri di Vita, tra gli interpreti figurava anche Anas Arqawi, attore palestinese proveniente dal Freedom Theatre di Jenin, in Cisgiordania.
La forza dello spettacolo non risiedeva nella ricerca di una posizione rassicurante, ma nella capacità di mettere lo spettatore davanti a una questione difficile: come può la memoria della violenza convivere con quella che si continua a infliggere?

Un finale che non ha concesso applausi
Ma è stato soprattutto il finale a rendere questa esperienza teatrale particolare. Quando la rappresentazione sembrava essere terminata, un drone restava immobile sulla scena, accompagnato da una musica che continuava a ripetersi in loop.
Non succedeva più nulla, eppure lo spettacolo sembrava non finire. Il pubblico restava sospeso, incerto se fosse arrivato il momento di alzarsi, applaudire o continuare ad aspettare. Il confine tra finzione teatrale e realtà si faceva improvvisamente sottile.
Gli attori non tornavano in scena per i tradizionali applausi. Non c’era un saluto finale a ristabilire la distanza tra chi recita e chi osserva. È stata una scelta che sembrava voler prolungare deliberatamente il disagio, negando allo spettatore quella conclusione rassicurante che il teatro, solitamente, concede.

Perché vederlo
- Per uscire dal teatro con qualcosa su cui riflettere. Non è uno spettacolo che offre risposte semplici, ma lascia domande che continuano a lavorare anche dopo.
- Per provare qualcosa, davvero. La durata contenuta non riduce l’intensità dell’esperienza, soprattutto grazie a un finale che rompe le convenzioni teatrali.
- Per confrontarsi con un testo discusso e controverso. Un’occasione per conoscere una delle opere politiche più dibattute della drammaturgia contemporanea, attraverso una nuova interpretazione.

INFO
Spettacolo: Sette bambine ebree. Un’opera per Gaza
Autrice: Caryl Churchill
Regia: Andrea Adriatico
Interpreti: Anas Arqawi, Liliana Benini, Nicolò Collivignarelli, Olga Durano
Produzione: Teatri di Vita
Durata: 45 minuti, senza intervallo
Photo courtesy of Teatro Filodrammatici




