Firenze celebra il legame indissolubile tra Mark Rothko e il Rinascimento con una straordinaria mostra a Palazzo Strozzi. L’esposizione ripercorre la carriera dell’artista americano, influenzato profondamente dalle opere di Beato Angelico e dall’architettura fiorentina nella sua ricerca di trascendenza. Un viaggio emozionale tra tele monumentali e campiture cromatiche che trasformano l’arte in un’esperienza spirituale e contemplativa.
Firenze, Italia.
Che Firenze sia una città d’arte e che ospiti alcuni dei capolavori più apprezzati al mondo, credo siano pochissimi al mondo a ignorarlo. Non molti, invece, sanno che è stata fonte di ispirazione per uno degli artisti più apprezzati e più valutati dell’arte moderna: Mark Rothko.
Tant’è che, proprio per celebrare il legame speciale tra l’artista americano e la città che diede i natali a Dante Alighieri, è stata da poco inaugurata una mostra a Palazzo Strozzi che ci consente di ripercorrere l’intera carriera del pittore statunitense con oltre 70 opere provenienti da prestigiose collezioni private e dai più importanti musei internazionali, tra cui il MoMA di New York, la Tate di Londra e il Centre Pompidou di Parigi e la National Gallery of Art di Washington.

L’incontro con Firenze e l’eredità di Beato Angelico
Il primo incontro di Rothko con Firenze risale al 1950, durante un viaggio in Italia insieme alla moglie Mell. L’artista rimase particolarmente affascinato dalla pittura di Beato Angelico al Museo di San Marco e dall’architettura del Vestibolo della Biblioteca Medicea Laurenziana, dove infatti il progetto espositivo si estende. La Biblioteca Laurenziana è stata fonte di ispirazione per la serie dei Seagram Murals, realizzata alla fine degli anni Cinquanta.
Oltre l’astrazione: l’emozione del colore e del sacro
Nelle opere dalle tonalità più delicate è invece palpabile l’influenza dell’arte italiana del Quattrocento e, in particolare, di Beato Angelico con cui Rothko condivideva il desiderio di evocare un senso di trascendenza, una dimensione al tempo stesso distante e profondamente familiare. Se Beato Angelico riuscì a coniugare senso del divino e realtà terrena attraverso l’emozione della pittura, Rothko costruì campiture cromatiche capaci di indurre diverse tensioni emotive, mettendo in discussione i concetti consolidati di astrazione e di teoria del colore.

L’opera come spazio di comunicazione religiosa
“Mio padre desiderava che chi osservava i suoi dipinti provasse la stessa esperienza religiosa che lui aveva provato mentre li realizzava” ricorda infatti Christopher Rothko, il figlio dell’artista. Perchè per questo pittore – nato in Russia nel 1903 e poi a dieci anni emigrato assieme alla madre e alla sorella negli Stati Uniti per raggiungere il padre – l’arte è un dimensione profondamente umana e una zona d’interscambio. È la creazione di un immaginario spazio di comunicazione tra l’artista, la pittura e lo spettatore: “Il modo migliore in cui posso coinvolgere lo spettatore è quello di rendere il quadro così grande che non può assorbirlo con un solo sguardo. Deve essere avvolto dal quadro”. Era solito affermare.
La contemplazione e il tragico anelito all’infinito
Le sue tele sono, infatti, grandi e composte da due, tre o quattro rettangoli colorati, dai contorni fluidi e trasparenti, concatenati l’uno all’altro e sovrapposti. E non basta uno sguardo fuggevole per poter cogliere le vibrazioni e il valore puramente spirituale del colore, da lui concepito come fonte percettiva ed emotiva. Bisogna letteralmente contemplarle a lungo.
“L’arte è estasi o non è niente” usava dire. Ma l’arte, purtroppo, non riuscì a mettere in contatto Rothko con quel divino cui anelava. E, nel tempo, i colori delle sue tele divennero sempre più scuri. E così una mattina del 1970, afflitto da una profonda depressione, malgrado la fama e il successo, si tolse la vita nel suo studio tagliandosi le vene.

INFO
Firenze, Palazzo Strozzi, fino al 23 agosto 2026.
Attenzione: il Museo di San Marco e la Biblioteca Laurenziana hanno orari particolari, alcuni giorni chiudono alle 13,30.
Testo e foto Fabia Garatti




