Cuneaz

“Quassù i primi”, nell’antico villaggio Walser della Val d’Ayas chiamato Cuneaz

Scritto da Elena Borravicchio on . Postato in Alberghi e Spa, Food&Drink, Weekend

A pochi metri dagli impianti sciistici e punto strategico per escursioni al Lago Perrin, ai Laghi Pinter e per le ascese alla Testa Grigia. Cuneaz, a 2032 m, sopra Champoluc, accoglie sciatori ed alpinisti nella pace della quiete montana, interrotta solamente – si fa per dire – dalle famiglie di marmotte che circolano a pochi metri dal centro abitato, le mucche al pascolo quasi ogni mattina, il gallo e le galline del pollaio

Cuneaz, Valle d’Aosta, Italia.
Nel cuore della Val d’Ayas, a 2032 m di altezza, dove l’aria è rarefatta e l’anima si sente più vicina al Cielo, esiste un antichissimo villaggio alpino, chiamato Cuneaz, che racchiude un tesoro di bellezza e cultura walser.

I documenti storici attestano che si tratta di uno dei villaggi più alti di tutta Europa ad essere stato autonomo e abitato tutto l’anno già nel 1700, con la scuola, il forno, il mulino e la chiesa.

La famiglia di Jean e Michela, proprietari de L’Aroula Rooms and Restaurant (pino cembro in patois), vi abita tutto l’anno anche oggi: “Abbiamo aperto il ristorante nel 2009 e le stanze nel 2013 – racconta Jean – Siamo venuti qua nel 2008: la nostra prima bambina aveva 5 giorni. La scelta di vivere qui l’abbiamo fatta con le bambine: non cambieremmo mai. A inizio ‘900 c’erano 100 abitanti e 20 famiglie. Oggi ci sono 24 tetti e ancora 2 case diroccate, dal 2009 hanno ristrutturato una ventina di appartamenti: la gente viene, soprattutto d’estate e per la stagione sciistica. L’ultima famiglia a vivere qua tutto l’anno però è stata quella dei miei suoceri. E oggi ci siamo noi. È stata una scommessa”.

E prosegue, per nulla pentito: “Un nostro amico quando parla di noi cita sempre il bellissimo libro fotografico di Gianfranco Bini “Lassù gli ultimi”; a me piace dire “Quassù i primi”! Mi sento fortunato, non tornerei mai indietro, anche alle nostre figlie piace vivere qui: hanno molta più libertà e poi gli orari della funivia consentono loro di arrivare in tempo allo scuolabus che accompagna i bambini della valle a scuola ad Antagnod e Brusson e per ora riescono anche a frequentare le attività extrascolastiche. La nostra famiglia è ben radicata a Cuneaz: ci siamo sposati nella cappella di San Lorenzo (che apre per la Messa una sola volta all’anno, il 10 agosto, in occasione della festa del santo, ndr) e due delle nostre tre figlie sono state battezzate nella stessa cappella”.

Esperti di alta montagna – la famiglia di Jean gestiva un rifugio a 3000 m di altitudine, quando lui era bambino, senza acqua corrente e col generatore per l’elettricità – , sono entrambi originari della Valle: Jean di Frachey, dove i genitori si sono trasferiti nel ’48 da Saint Jacques; Michela nata a Ivrea ma originaria proprio di Cuneaz, dove i genitori hanno vissuto stabilmente fino al 1956 e successivamente solo per metà dell’anno, dedicandosi l’altra metà ad una cascina a Ivrea. Hanno compiuto questa scelta di vita sull’onda dell’antica nostalgia che queste montagne sanno insinuare.

Quando la sera il tramonto cala sul profilo del Monte Perrin e della Testa Grigia, che via via annerisce, e si accendono le prime stelle, luminosissime nella notte priva di inquinamento luminoso, è impossibile non interrogarsi sul senso della vita, specialmente di quella, tanto spesso troppo frenetica, di città.

Il nonno di mia moglie ha portato le prime tre lampadine di tutto il villaggio a metà degli anni Sessanta, prima non c’era l’elettricità, non c’era il gas, non c’era l’acqua corrente”. Era un modello di vita essenziale, in cui il rapporto con i ritmi della natura, gli animali e gli agenti atmosferici scandiva il tempo, determinava le attività e insegnava la pazienza. “Oggi Aroula è un unicum – spiega Jean – qui c’è Sky, il Wi-fi, il servizio di accompagnamento dalla funivia in moto slitta d’inverno e in jeep d’estate”. In effetti la struttura, composta di un antico rascard ristrutturato e una parte nuova costruita dallo stesso Jean, offre stanze estremante confortevoli, con servizio di cambio lenzuola e pulizia, cucina casalinga e buonissima (anche grazie all’orto e all’alpeggio poco lontano, che produce ottimo formaggio e delizioso burro fresco) e uno staff decisamente amichevole. “Abbiamo poche stanze: la sera possiamo sederci e parlare con i clienti, in una struttura grossa questo non puoi permettertelo. Sono rimasto in contatto con persone che venivano dalla Scandinavia, dall’Inghilterra, dall’Irlanda. Durante la stagione invernale e quella estiva non abbiamo molto tempo per fermarci a contemplare il panorama ma lo vediamo riflesso negli occhi dei clienti che ci dicono “Che bello!” ogni 5 minuti. Il momento che preferisco è a maggio, quando finisce la stagione sciistica e se apri la porta ti trovi un capriolo davanti a casa”.

Chi ama la storia apprezzerà di Cuneaz anche la sua antichissima origine: “Questo è un villaggio Walser, una comunità di agricoltori provenienti dalla Germania che avevano colonizzato le zone intorno al Monte Rosa, in Piemonte e Svizzera e avevano portato in Valle l’innovazione della coltivazione delle terre alte – racconta ancora Jean – Dal 1300 in poi vi fu un periodo molto caldo grazie al quale le terre cominciarono a diventare sfruttabili. I Walser iniziarono a muoversi dal Vallese in seguito ad accordi economici con i signori feudali del tempo, per esempio occupavano e coltivavano un appezamento di terreno per 5 anni e in cambio non pagavano le tasse. Si espansero fino alla parte alta di Gressoney. Più o meno nel 1750 si perdono le tracce di una popolazione walser ad Ayas, forse a seguito di una piccola glaciazione, ma a Gressoney ed Alagna sopravvivono tuttora lingua e tradizioni, e probabilmente anche a Saas-Fee, Zermatt, Macugnaga (proprio qui vicino c’è un prato chiamato “zand”, che in tedesco significa sabbia).

Nel 1800 poi gli uomini della val d’Ayas facevano i sabot, con il pregiato legno di pino cembro (che una volta veniva utilizzato moltissimo per le camere da letto: per le sue caratteristiche aiutava a riposare meglio) e da qui andavano a venderli in altre valli, nella Valle del Piccolo e del Gran San Bernardo e nel Canavese, infatti in quelle valli tutti capivano il loro dialetto. Proprio per questo motivo crearono una lingua nuova, chiamata “gergo”, tutta fatta di allitterazioni, una lingua inventata dai sabotier per poter gestire i loro affari senza che li capisse il cliente. Una volta, in Val d’Ayas, i sabot li portavano tutti, in fabbrica, nei campi: negli anni Cinquanta se ne producevano da 6 a 10 mila paia all’anno. Poi le norme d’igiene hanno cambiato un po’ le cose: chi li costruisce oggi lo fa per passione. Fino agli anni Settanta la produzione è stata realizzata completamente a mano, di solito si lavorava in coppia. Dopo l’avvento delle macchine copiatrici, a fine anni Settanta, mio suocero e suo fratello sono arrivati a produrne 40 al giorno, circa 5/6 mila paia all’anno. Oggi ad Ayas c’è una scuola per sabotier frequentata da 10, 15 giovani che hanno imparato il mestiere”. L’ultimo sabotier professionista in Italia è proprio il suocero di Jean, che incontri per le strade di Cuneaz, con le caratteristiche calzature ai piedi, intento a impiallacciare una sedia o lavorare un nuovo paio di sabot, sempre pronto alla battuta.

Grazie Jean per il meraviglioso viaggio nel mondo dei ricordi e per la tua ottima grappa di pino cembro fatta in casa!

Per informazioni e prenotazioni:
Aroula

Foto Elena Borravicchio

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Elena Borravicchio

Elena Borravicchio

Torinese di nascita e monzese di adozione, avendo vissuto, nel mezzo, un pezzo di vita a Milano e uno ad Abu Dhabi, prende la vita con filosofia, come la sua laurea. Appassionata di sociale, educazione, teatro, danza e viaggi, non esce mai di casa senza penna e taccuino e pensa di non aver vissuto fino in fondo un’emozione se prima non l’ha trasferita sulla carta. Circondata di amici monzesi, ma soprattutto stranieri, si dedica con gioia alla sua famiglia e al mestiere di freelance.