L'anima di Vincent Van Gogh in scena con, “L’odore assordante del bianco”

L’anima di Vincent Van Gogh in scena con “L’odore assordante del bianco”

Scritto da Elena Borravicchio on . Postato in Appuntamenti, cinema

Una interpretazione straordinaria quella di Alessandro Preziosi, nel ruolo di Vincent Van Gogh, in scena dal 15 al 17 novembre, al Teatro Manzoni di Monza. I gesti, la mimica, la sottolineatura musicale, l’effetto di luci e ombre, l’introduzione, alla fine, del colore e l’interazione con gli altri personaggi, tutti chiaramente caratterizzati (caricature alcuni), come pedine sull’intricata scacchiera mentale del protagonista – tranne la più complessa, il direttore della clinica, che segnerà una svolta – concorrono a creare un clima di tensione ininterrotta, per tutte e due le ore dello spettacolo. 

Monza.Italia.
Una interpretazione straordinaria. Una tensione emotiva rara. Alessandro Preziosi ci rapisce e ci conduce gradualmente nella mente e, ancora più a fondo, nell’anima di Vincent Van Gogh. Entriamo nel suo tormento interiore, nell’angoscia del non essere compresi, nel dubbio spaventoso di non saper più distinguere la realtà dall’allucinazione, ci addentriamo nella dimensione assordante del bianco. Siamo nel 1889, a Manson, in Francia. Alla Saint Paul, che fuori sembra un ospedale e dentro sembra una prigione, tutto è bianco: le pareti, i letti, le tende, persino i fiori dell’unica piantina che, da quando viene rinchiuso, Van Gogh cura con dedizione, nella speranza di vedere sbocciare, finalmente, del colore. E invece egli è inchiodato al bianco, all’assenza, alla negazione: di colore, di contatti, di arte, di vita. È costretto a stare in isolamento in quanto considerato incapace di gestirsi e “pericoloso” per la società, benché sulla sua porta ci sia scritto “socialmente placido”. E allora i fantasmi si moltiplicano: la sua bramosia di vita fa materializzare suo fratello Theo, che Vincent si illude possa firmare per la sua custodia, farlo uscire e riportarlo a Parigi con sé e, invece, è solo una tragica immaginazione.

Contravvenendo alle regole ferree dell’istituto, ruba del carbone in cucina, un pezzo alla volta, e lo tritura facendone una sorta di tinta, con la quale ritrae il medico del reparto, perché il suo aspetto, “il suo viso da idiota gli si attacca dentro, gli si attacca allo stomaco, al fegato, lo dipinge per vomitarlo fuori e liberarsene”. La sua smania è palpabile, è quella di un animale in gabbia, peggio, è quella di un animale consapevole, di un uomo e di un artista animato dal fuoco della sua arte, che non può uscire e gli brucia le viscere. In un momento topico della pièce, che però, grazie al ritmo sapiente del testo di Stefano Massini, vincitore del Premio Tondelli a Riccione Teatro 2005, riesce ad essere anche ironico, compare sulla scena il direttore dell’ospedale. Una figura che, per intelligenza ed empatia, si distingue da tutte le altre, e propone a Van Gogh un patto: cavalletto, colori e tutto ciò che lui desidera, in cambio del sottoporsi a una cura sperimentale. Niente ore nelle vasche piene d’acqua, niente cinghie legate al letto, ma solo il recupero, ancorché doloroso, dei ricordi più antichi, i traumi più profondi, gli incubi, i sogni: e la loro espulsione, violenta, senza filtri, sulla tela. Preziosi/Van Gogh, allora, urla il suo sgomento, quando, nella camera d’albergo, con la finestra sulla spiaggia, apriva le tende la mattina e le cose “gli davano l’assalto”, “lo inchiodavano sul cavalletto”.  Volesse Dio che l’arte così intesa, come una necessità bruciante, che ti incalza ed esige una risposta, ti reclama senza scampo, interessasse ancora tanti artisti oggi.
Photo dall’alto Elena Borravicchio, ©FrancescaFago, Elena Borravicchio

TEATRO MANZONI
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20900 Monza (MB)
Tel. 039.386500 – Fax 039.2300966
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ORARI:
Martedì, venerdì e sabato dalle ore 11 alle ore 13 e dalle 15 alle 18
Mercoledì dalle 15 alle 19
Giovedì dalle 11 alle 14

Elena Borravicchio

Elena Borravicchio

Torinese di nascita e monzese di adozione, avendo vissuto, nel mezzo, un pezzo di vita a Milano e uno ad Abu Dhabi, prende la vita con filosofia, come la sua laurea. Appassionata di sociale, educazione, teatro, danza e viaggi, non esce mai di casa senza penna e taccuino e pensa di non aver vissuto fino in fondo un’emozione se prima non l’ha trasferita sulla carta. Circondata di amici monzesi, ma soprattutto stranieri, si dedica con gioia alla sua famiglia e al mestiere di freelance.