
Paolo Nani porta in scena al Teatro Manzoni di Monza, mercoledì 13 novembre, il suo celebre “La Lettera”, in cartellone da 25 anni, in tutto il mondo. Uno spettacolo spiccatamente inclusivo, per sostenere i progetti e, soprattutto, la provocazione culturale della Cooperativa Lambro, nel suo 35esimo anniversario. Con il patrocinio del Comune di Monza.
Monza. Italia.
Una scena nuda, un tavolo, una sedia, un bicchiere, una bottiglia di vino. Mai ti aspetteresti, quando ti accomodi al tuo posto, in un teatro pienissimo (e singolarmente popolato da adulti, anziani, bambini, politici, comuni cittadini, abili e diversamente abili), che alla fine dell’ora successiva avrai male ai muscoli facciali dal tanto ridere.
È irresistibile la comicità di Paolo Nani, un po’ mimo, un po’ circense, molto ironico e insuperabile nell’interagire con il pubblico. Il soggetto, liberamente ispirato al libro del francese Raymond Queneau “Esercizi di stile”, è semplice: il protagonista deve scrivere una lettera e lo fa in tanti modi diversi; lo fa “a ripetizione”, lo fa “due cose alla volta”, lo fa da “pigro”, lo fa in stile “western” e in stile “horror”, lo fa “senza mani”. Sempre la stessa azione, sempre gli stessi oggetti. Senza parole. Solo gesti. E mimica straordinaria.
Anche a Monza, come nelle altre città dei 40 paesi, in 3 continenti, nei quali è stato riproposto per 1600 volte, “La lettera” è un successo.
La proposta di Nani fa centro perché pesca nella parte bambina di noi, rimasta intatta, non addomesticata, quella piccola parte sfuggita alle regole sociali, che ride fino alle lacrime per gesti semplici, materiali anche, mai volgari, perché trasfigurati dall’ironia e dal genio, ma certo molto fisici. E mentre ride sente allargarsi il cuore. Perché ridere fa bene nel profondo, sfuma i contorni dell’individualità composta, riporta a galla sentimenti primordiali, fa sentire più vicini gli uni gli altri, ci fa sentire uguali.
È infatti la differenza non c’è, anzi c’è, ma non è ostacolo, è arricchimento; sulla base della comune esperienza dell’umano in quel che ci fa ridere e, sarebbe auspicabile, anche in quello che ci fa piangere. Ecco perché la Cooperativa Lambro, per festeggiare i suoi 35 anni, appena compiuti, di lavoro con ragazzi diversamente abili, ha invitato proprio questo artista, che, senza parole, con il linguaggio del corpo che capiamo tutti, perché tutti abbiamo un corpo (in qualunque modo esso sia fatto) ha saputo divertire, coinvolgere e unire tutta la platea. Un esempio di #realizzabiliinclusioni.
Testo e foto Elena Borravicchio





