Claude Monet al Palazzo Reale di Milano: in mostra oltre 50 opere del più amato tra gli Impressionisti

Claude Monet al Palazzo Reale di Milano: in mostra oltre 50 opere del più amato tra gli Impressionisti

Scritto da Alessandra Chianese on . Postato in Appuntamenti, Cultura, Weekend

Foto sopra, Camille sulla spiaggia. 1870.
Foto piccola in alto, Ninfee. 1916, 1919 circa

UN ARTISTA SENZA TEMPO, IL PIU’ AMATO TRA GLI IMPRESSIONISTI: LA MOSTRA SU CLAUDE MONET, IN SCENA AL PALAZZO REALE DI MILANO DAL 18 SETTEMBRE, CONSENTE DI RIPERCORRERE L’INTERO EXCURSUS ARTISTICO DEL MAESTRO, ATTRAVERSO LE 53 OPERE PROVENIENTI DAL MUSEE MARMOTTAN MONET DI PARIGI.

Barca a vela. Effetto sera,1885.

Milano, Italia.
Dal 18 settembre, per inaugurare la stagione autunnale di Palazzo Reale a Milano, è possibile ammirare l’attesissima esposizione dedicata al più importante rappresentate dell’Impressionismo: Claude Monet. Promossa dal Comune di Milano-Cultura e prodotta da Palazzo Reale e Arthemisia, la mostra è curata da Marianne Mathieu ed è realizzata in collaborazione con il Musée Marmottan Monet di Parigi, da cui proviene l’intero corpus di opere, e l’Académie Des Beaux – Arts – Institut de France. La mostra rientra nel progetto museologico ed espositivo “Musei del mondo a Palazzo Reale”, che si propone l’obiettivo di far conoscere le collezioni e la storia dei più importanti musei internazionali.

La mostra

Un’occasione imperdibile, un percorso espositivo dove ad accogliere il pubblico ci saranno 53 opere di Monet tra cui le sue Ninfee (1916-1919), Il Parlamento, Riflessi sul Tamigi (1905) e Le rose (1925-1926), la sua ultima e magica creazione: un prestito straordinario non solo perché include alcuni dei capolavori più prestigiosi appartenenti alla produzione artistica di Monet, ma anche per l’enorme difficoltà di questo periodo nel far viaggiare le opere da un paese all’altro. La mostra sarà accessibile ai visitatori dal 18 settembre 2021 al 30 gennaio 2022.

Il percorso cronologico ripercorre l’intera parabola artistica del Maestro impressionista, letta attraverso le opere che lui stesso considerava fondamentali, private, tanto da custodirle gelosamente nella sua abitazione di Giverny; opere che lui stesso non volle mai vendere e che ci raccontano le più grandi emozioni legate al suo genio artistico.

Il Musée Marmottan Monet, la cui storia è raccontata nel percorso della mostra, possiede il nucleo più grande al mondo di opere di Monet, frutto di una generosa donazione di Michel, suo figlio, avvenuta nel 1966 verso il museo, a cui verrà successivamente attribuito il nome di “Marmottan Monet”.

Suddivisa in 7 sezioni e curata da Marianne Mathieu, storica dell’arte e direttrice scientifica del Musée Marmottan Monet di Parigi, l’esposizione introduce quindi alla scoperta di opere chiave dell’Impressionismo e della produzione artistica di Monet sul tema della riflessione della luce e dei suoi mutamenti nell’opera stessa dell’artista. Viene messo in scena l’intero excursus artistico del Maestro impressionista, a partire dai primissimi lavori che raccontano del nuovo modo di dipingere en plein air e da opere di piccolo formato, fino ai paesaggi rurali e urbani di Londra, Parigi, Vétheuil, Pourville e delle sue tante dimore. È il mondo di Monet: un universo creato attraverso le sue corpose ma delicatissime pennellate e con quella luce talvolta fioca e talvolta accecante che ha reso celebri capolavori come Sulla spiaggia di Trouville (1870), Passeggiata ad Argenteuil (1875) e Charing Cross (1899‐1901), per citarne alcuni.

La mostra si apre introducendo i visitatori in una sala, allestita con mobili originali del periodo napoleonico, che vuole essere un omaggio a Paul Marmottan, il fondatore del Musée Marmottan Monet da cui provengono le opere di Claude Monet esposte a Palazzo Reale di Milano. La sua collezione di opere d’arte, libri, medaglie, stampe, almanacchi, documenti e cimeli del periodo napoleonico era conservata in sale arredate in stile impero e decorate con nicchie e sculture marmoree secondo i criteri neoclassici. Marmottan curò personalmente ogni dettaglio dell’arredamento e, per sua volontà, l’assetto delle sale rimase tale quando, dopo la sua morte, il palazzo e le raccolte passarono in eredità all’Académie des beaux-arts perché ne facesse un museo aperto al pubblico.

L’esposizione si apre quindi con richiami alle origini del Musee Marmottan Monet che, nel corso del Novecento, ha incrementato le collezioni tramite rilevanti donazioni di opere impressioniste, tra cui spicca la raccolta donata da Michel, figlio di Claude Monet. La ricerca e gli studi condotti dalla Direzione di Palazzo Reale per l’allestimento di questa sezione della mostra si inseriscono in un progetto più ampio di recupero della memoria e di tutela, conservazione e valorizzazione del patrimonio storico-artistico di Palazzo Reale.

Prima sezione – Le origini del Musée Marmottan Monet: dallo Stile Impero all’Impressionismo

Nel 1932, Paul Marmottan (1856-1932) lasciò in eredità il suo palazzo e le collezioni in esso contenute all’Académie des Beaux-Arts: secondo le sue volontà, nel 1934 l’edificio fu trasformato in un museo. Gli arredi in stile Impero e i dipinti neoclassici di Robert Levre (1755-1830) e Jean-Victor Bertin (1767-1842) rivelano la grande passione dello studioso per l’arte dell’Europa napoleonica, ben lontana dall’impressionismo, che invece entrerà nel museo in un secondo momento, grazie ai doni di numerosi collezionisti e discendenti di artisti. Nel 1966 l’istituzione eredita la più vasta raccolta al mondo di opere di Claude Monet (1840-1926), grazie al lascito del figlio minore e discendente diretto del pittore, Michel Monet. Il museo aggiunge quindi al suo il nome del maestro di Giverny. Le opere di questa sezione illustrano due visioni della pittura che sembrano molto lontane: da un lato, un ritratto di Robert Levre e un paesaggio di Jean-Victor Bertin dalla collezione di Marmottan; dall’altro, un ritratto di Monet e due tele in cui l’artista ha delineato rapidamente i tratti del figlio Michel. Un aneddoto unisce però queste opere, ed è legato alla nascita del termine “impressionista”: il giornalista Louis Leroy lo coniò nel 1874 per stroncare la prima mostra di Monet e dei suoi colleghi sul quotidiano satirico “Le Charivari”, menzionando un allievo di Bertin sul punto di soffocare alla vista delle opere di Pissarro o Degas, ricevendo il colpo di grazia di fronte a “Impressione, levar del sole” (1872) di Monet, l’opera che diede il nome all’impressionismo. Alla fine però sarà Bertin a scomparire nel nulla, non Monet.

Passeggiata vicino ad Argenteuil,1875.
Seconda sezione – La pittura en plein air

Nell’Ottocento, lo sviluppo della rete ferroviaria e l’invenzione del colore in tubetto, permisero ai pittori di viaggiare e dipingere all’aria aperta. Questa nuova opportunità comportava però alcune limitazioni: era necessario per l’artista portare con sé la propria attrezzatura, preferendo le tele di piccolo formato, più facili da maneggiare; bisognava, inoltre, dipingere rapidamente per catturare l’immediatezza di ciò che si stava osservando, rendendo più visibile il trattamento pittorico della tela, perché le pennellate erano più veloci. Inoltre la gamma dei colori impiegati, lavorando in pieno giorno, si fece più chiara: Monet venne introdotto a questa pratica da Johan Barthold Jongkind (1819-1891) e da Eugène Boudin (1824- 1898). Il pittore viaggiò molto in giro per la Francia e si recò anche all’estero per dipingere marine, paesaggi o anche scene di vita familiare, come il ritratto della moglie “Camille” (1870).

Terza sezione – La luce impressionista

Scegliendo di lasciare l’atelier per andare a dipingere dal vero, gli impressionisti infrangono la gerarchia dei generi pittorici. Per loro, la sensazione prodotta da un paesaggio o la percezione delle scene di vita moderna sono senz’altro più importanti del soggetto stesso. Monet, maestro della pittura en plein air, dedicherà l’intera vita a cercare di cogliere le variazioni luminose e le impressioni cromatiche dei luoghi che osservava. Non è importante il soggetto, non è quello il fulcro dell’opera: ciò che maggiormente conta è il modo in cui viene trasfigurato dalla luce. Per catturare la luminosità sempre mutevole, il pittore lavora in fretta, con pennellate che si susseguono rapidamente. Questa continua necessità di cogliere la luce nelle sue varie sfaccettature, lo spinge a visitare siti in cui si verificano violenti cambiamenti climatici: la costa normanna con i suoi magnifici tramonti, oppure la regione della Creuse, scoperta durante un soggiorno nel 1889, gli offrono la possibilità di ritrarre l’intensità luminosa in un ambiente naturale ancora selvaggio.

Londra. Il Parlamento. Riflessi sul Tamigi,1905.
Quarta sezione – Da Londra al giardino: nuove prospettive

Nella carriera di Monet, Londra fu un vero e proprio laboratorio di sperimentazione. I paesaggi spettrali generati dai fumi delle fabbriche e la foschia del Tamigi gli permisero di lavorare, come lui stesso disse, su ciò che in pittura era impossibile: la nebbia impalpabile che copre le architetture e la luce mutevole che sfiora la superficie dell’acqua. Con le vedute del ponte di Charing Cross e del Parlamento, dipinte nel corso di vari soggiorni successivi, si apre per lui una nuova fase di ricerca, che si manifesta pienamente al ritorno a Giverny. Con le “Ninfee” del 1904 e 1907, Monet concentra tutta la composizione su un particolare del suo giardino d’acqua: l’inquadratura è audace, la linea dell’orizzonte, ancora presente nei suoi paesaggi londinesi, qui manca del tutto. Rimangono soltanto i riflessi della vegetazione che cresce intorno lo stagno e le ninfee isolate, appena abbozzate. In queste opere Monet adotta un punto di vista completamente nuovo, aprendosi a un diverso rapporto con lo spazio e andando oltre l’impressionismo.

Quinta sezione – Le grandi decorazioni

Dal 1914 fino alla sua morte, avvenuta nel 1926, Monet esegue centoventicinque pannelli di grandi dimensioni che hanno come soggetto il giardino d’acqua di Giverny. Una selezione di queste opere, oggi nota come le “Ninfee dell’Orangerie”, il pittore la offre allo Stato francese. Questi dipinti monumentali, realizzati direttamente nell’atelier, portano all’estremo la ricerca già iniziata con le Ninfee del 1903 e del 1907. Raffigurando una piccola parte del suo stagno in un formato così grande, Monet non solo annulla ogni riferimento prospettico reale, ma propone di immergere l’osservatore in una distesa d’acqua che si fa specchio: le nuvole e le fronde dei salici si riflettono sulla superficie dello stagno: il sopra e il sotto sono ormai indistinguibili. Questi paesaggi senza inizio né fine invitano a un’esperienza contemplativa, in cui la rappresentazione di un fiore o di un dettaglio della natura bastano a suggerirne l’immensità.

Sesta sezione – Monet e l’astrazione

Nel 1908 Monet si ammala di cataratta, una patologia che gli impedisce una visione limpida e compromette la sua percezione dei colori. Mentre il pittore lotta con questa progressiva cecità, la sua tavolozza si riduce ed è dominata dalle tonalità di marrone, rosso e giallo. La sua pittura si fa più gestuale: sulle tele diventa visibile la mano che tiene il pennello. La forma svanisce lasciando il posto al movimento e al colore, e dalla rappresentazione si passa allo schizzo, via via sempre più indecifrabile. Questi dipinti da cavalletto, che non hanno uguali nel percorso artistico di Monet, avranno una profonda influenza sui pittori astratti della seconda metà del Novecento.

Settima sezione – Le rose

I fiori hanno accompagnato tutta la vita di Monet, sia nella sfera privata che in quella lavorativa. Il giardino di Giverny, con piante che fioriscono in ogni stagione, è un omaggio dell’artista ai colori cangianti e alla natura effimera dei fiori e “Le rose”, dipinte nel 1926 all’età di 85 anni, lo stesso anno della sua morte, ne sono l’ultima celebrazione. Il carattere incompiuto del dipinto accresce l’impressione di fragilità delle rose, i cui boccioli leggeri si stagliano delicatamente contro un cielo azzurro. La composizione ritrae alcuni rami del roseto e ricorda le stampe giapponesi che il pittore collezionava con grande passione. Con Le rose, Monet rende omaggio alla natura che ha saputo raffigurare così bene, insieme alla fragilità e alla caducità di ciò che ci circonda.

Un appuntamento assolutamente da non perdere: un’intera esposizione dedicata a uno dei geni dell’arte, da sempre ammirato di generazione in generazione. Un fascino senza tempo, che continua a stupire gli spettatori, increduli dinanzi alla immensa bellezza delle opere di Monet.

Michel Monet in maglione blu,1883.

INFO

Per tutte le informazioni e i dettagli in merito alla mostra, consultare www.palazzorealemilano.it e www.monetmilano.it

Alessandra Chianese

Nata e vissuta in provincia di Napoli, è da sempre appassionata di arte, di cultura, di moda e del buon cibo italiano. Giornalista, fin da piccola mostra un costante interesse per l’attualità e la politica, determinanti nella sua scelta di vita professionale. Amante delle lingue, adora viaggiare, scoprire nuovi posti e allargare i propri orizzonti. La frase che più la rispecchia è un passo scritto dal grande poeta Dante: “Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”.