Al Mast di Bologna in mostra un alfabeto visivo dell'industria, del lavoro e della tecnologia

Al Mast di Bologna in mostra un alfabeto visivo dell’industria, del lavoro e della tecnologia

Scritto da Elena Borravicchio on . Postato in Appuntamenti, Cultura

Dal 10 febbraio al 22 maggio in mostra una selezione di 500 opere della collezione permanente della Fondazione Mast: una stimolante e ricchissima carrellata di volti, latitudini, stabilimenti, materiali, luoghi del lavoro, impatti ambientali, prime espressioni del progresso industriale e avanguardie della tecnologia digitale. 200 i fotografi italiani e internazionali, celebri e sconosciuti che espongono.

Bologna, Italia.
Un lavoro ciclopico e sapiente quello della Fondazione Mast (Manifattura di Arti, Sperimentazione e Tecnologia), che presenta una accurata selezione della sua collezione permanente, risalente ai primi anni Duemila. La Collezione della Fondazione Mast, unico centro di riferimento della fotografia dell’industria e del lavoro al mondo, origina dal nucleo di materiale promozionale e documentaristico delle imprese del Gruppo industriale Coesia, un gruppo di aziende di soluzioni industriali e di packaging, che ha sede a Bologna e ha origine negli anni ’40 dalla famiglia Seràgnoli. (La famiglia acquisì allora una fabbrica di motociclette fondata nel 1923 e la riconvertì in azienda di packaging, la sua attività si è evoluta nel tempo sviluppandosi dal campo delle macchine automatiche incartatrici e impacchettatrici per caramelle, cioccolatini e saponi al mercato per le macchine impacchettatici dell’industria dolciaria negli anni ’50 e, negli anni ’60, al settore delle macchine di confezionamento del tabacco). La Fondazione comprendeva filmati, negativi su vetro e su pellicola, fotografie, album e cataloghi di inizio Novecento ma negli ultimi decenni è andata arricchendosi di immagini provenienti da case d’asta, collezioni private, gallerie d’arte, fotografi e artisti. Ad oggi la collezione conta oltre 6000 immagini e video e un’ampia selezione di album fotografici di autori sconosciuti.

La Fondazione, che pure ha come mission il welfare sociale e aziendale, ha al suo interno un dipartimento specificatamente dedicato alla fotografia e fin dall’inizio insieme all’intento documentaristico e celebrativo della cultura del lavoro si è posta una domanda sull’arte e sulla riflessione.

Quello che il curatore Urs Stahel, già direttore del Museo della fotografia Winterthur, da lui fondato insieme all’editore Walter Keller e al collezionista George Reinhart, con la collaborazione di Isabella Seràgnoli, ha voluto fare con la mostra The Mast Collection – A Visual Alphabet of Industry, Work and Technology è un accurato processo di selezione valoriale, con un approccio metodologico ben definito, di 500 immagini (fotografie, album e video) di 200 artisti italiani e stranieri, celebri o anonimi, che rappresentino quasi tutte le sfaccettature del mondo del lavoro. Il progetto di Stahel è davvero ambizioso e il risultato è un percorso complesso, articolato in 53 capitoli, dedicati ad altrettanti concetti che illustrano il mondo del lavoro. Lavoro inteso a tutto tondo. Dal lavoro in fabbrica nell’epoca della grande industrializzazione, agli scioperi negli anni della contestazione, dal lavoro dei minatori dei primi anni del secolo scorso alle operaie specializzate immortalate da Brian Griffin che paiono icone pop, dai bianco e nero dei ritratti di immigrati degli anni Trenta ai volti colorati di giovani africani di oggi che trasportano sul capo foglie di banano o serbatoi d’acqua. Non mancano ovviamente vedute aeree di grandi stabilimenti e arterie di città metropolitane, ma anche macro particolari di macchinari o, per esempio, della trama della lana o della seta, che così immortalati paiono disegni. Ogni “capitolo” vede giustapposte immagini del passato e del presente, della geografia vicina e di quella lontana. Scanditi da un alfabeto che inizia con la “a” di “Abandoned” e “Architecture” fino alla “w” di “Waste”, “Water”, “Wealth”. Impossibile sintetizzare un percorso tanto ricco.

Gianni Berengo Gardin, Henri Cartier-Bresson, Robert Doisneau, Luigi Ghirri, Mario Giacomelli, Mimmo Jodice, Dorotohea Lange, David Lynch, Sebastião Salgado per citare solo alcuni degli artisti più celebri.

Particolare importanza è data al progresso tecnologico: sia l’industria che la fotografia trovano oggi la loro massima espressione in dispositivi digitali super sottili e ultra leggeri, in grado di scattare, postare e inviare immagini di continuo, perennemente connessi e capaci di documentare e stampare in 3D ma anche generare immagini prodotte dall’intelligenza artificiale. 

Una mostra che non è solo una collezione documentaristica di storia o una esposizione di bellezza nella perfezione di una macchina o nella drammaticità di un volto segnato dalla fatica, ma è anche un interrogativo filosofico: qual è il nostro sguardo di fronte a un’immagine che immortala un frammento di vita legato al lavoro, magari in un’altra epoca o in un altro luogo? Cosa è stato volontariamente o involontariamente tagliato fuori dall’inquadratura? O cosa sfugge alla nostra attenzione, oggi, mentre la osserviamo?
Photo courtesy by Fondazione Mast

Info: Fondazione Mast

Elena Borravicchio

Torinese di nascita e monzese di adozione, avendo vissuto, nel mezzo, un pezzo di vita a Milano e uno ad Abu Dhabi, prende la vita con filosofia, come la sua laurea. Appassionata di sociale, educazione, teatro, danza e viaggi, non esce mai di casa senza penna e taccuino e pensa di non aver vissuto fino in fondo un’emozione se prima non l’ha trasferita sulla carta. Circondata di amici monzesi, ma soprattutto stranieri, si dedica con gioia alla sua famiglia e al mestiere di freelance.