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Nel segno del Cenobio alla Leogalleries di Monza

Dal 24 giugno al 24 luglio in mostra i pittori del segno nella galleria monzese dell’arte contemporanea. La moglie di Arturo Vermi incontrerà i visitatori e offrirà loro i suoi racconti della vita artistica e privata degli artisti del Cenobio. A cura di Simona Bartolena.

Monza, Italia.
Ascoltare i fatti legati al Gruppo del Cenobio dalla bocca della stessa Anna Vermi, moglie del celebre Arturo Vermi, amichevolmente seduti in cerchio proprio alla maniera di un “cenobio”, è un privilegio assoluto.

La simpatica arguzia della signora Anna, ritratta negli scatti Anni Sessanta di Uliano Lucas in stivali rossi e bocchino, conquista, per la precisione didascalica con cui descrive gli sviluppi del movimento e la leggerezza poetica con cui ne tratteggia le atmosfere. In quegli anni a Brera c’era un locale che era una fucina dell’arte, della bohème. Lo frequentavano Lucio Fontana, Piero Manzoni e tutti quelli del Cenobio. Noi ora non ce ne rendiamo conto ma davvero allora per questi giovani artisti si trattava di scegliere tra comprare del vino oppure del cibo.

Il circolo dei cosiddetti “pittori del segno”, che prese felicemente il nome dalla galleria d’arte di Milano che ospitò la sua prima esposizione, si costituì nel 1962 e dopo un solo anno si sciolse. Fu un gruppo di ricerca e sperimentazione, dal quale ognuno dei sei artisti componenti (Raffaele Menster vi partecipò per pochi mesi) trasse ispirazione, per poi seguire ciascuno la propria strada. 

La Leogalleries ospita alcune tele particolarmente significative di Agostino Ferrari, Arturo Vermi, Ugo La Pietra, Ettore Sordini e Angelo Verga.

Ai tempi del Cenobio si percepiva come un “inconscio collettivo” – spiega Anna – che suggeriva di rompere la forma: la forma limitava la libertà in nome della forma, appunto, a cui ci si doveva adeguare. Sbocciò l’informale. Una cosa assolutamente nuova. Dopo la rottura provocata da Fontana le reazioni furono molteplici: c’è chi, come Bonalumi e Castellani si dedicò a un’arte oggettuale; chi come Manzoni a un’arte concettuale; chi come i pittori del Cenobio fece arte segnica, a partire da un “minimo possibile”, un tratto estremamente essenziale, ripulito di tutto il superfluo e reiterato come una narrazione: Alberto Luca lo definiva una “enumerazione di ipotesi nuove”.

L’evoluzione operata dal circolo del Cenobio fu più significativa per la storia dell’arte di quanto ci si possa immaginare – sottolinea la gallerista Daniela Porta – Manzoni aveva annullato la forma e messo in dubbio il senso stesso della pittura. Ricominciare a dipingere (perché ricordiamoci che questi artisti usano la pittura) non era semplice.

La fama degli artisti del Cenobio attraversò l’oceano. Il critico Tommaso Crini – ricorda Anna Vermi – fece notare che il Corriere della Sera uscì con la notizia che gli artisti americani “scopiazzavano” i “pittori del segno” e sottolineò che questa era una cosa buona, avrebbe dato risalto internazionale e aumentato le quotazioni dei nostri artisti.

Anna Vermi illustra in questo modo il lavoro del marito e dei suoi compagni: Amo sempre definire così il segno, prendendo in prestito la definizione di Kandinskij: il segno è una linea che l’artista porta con sé a fare una passeggiata. L’artista ha padronanza del segno. Una volta agli artisti venivano commissionate le opere da papi, nobili e mecenati: il segno componeva ritratti che avrebbero dovuto essere eterni; poi con la nuova tecnica della fotografia c’è stato un uso emotivo dell’immagine, si tratta di nuovo di segno. I pittori del Cenobio utilizzano il segno grafico: La Pietra utilizza la pittura ma presto vira in direzione della fotografia e del video; Ferrari usa un segno scomposto; Verga usa forme geometriche; Sordini realizza “bozzoli” (i compagni gli dicevano: “Li fai spagnulet!”. Noi ne parliamo come di pittori da libri di storia ma non avete idea della lievità, della poesia di questi artisti!); Vermi usa il segno verticale e il rettangolo: incornicia le tele come fossero pagine e infatti molte sue opere si intitolano “Diari”. I segni di Arturo sono aste di scolastica memoria. Il segno è timido, tremolante e poi si fa deciso, violento. Piano piano la sua produzione artistica si fa sempre più essenziale. La psiche è protagonista, i meandri sono profondi, prendono strade diverse. Abbandona il colore, inizia a usare l’oro e l’argento, l’oro e l’argento danno l’effetto della luce.

L’evoluzione artistica di Vermi procedette passo passo con quella esistenziale. Irresistibile il racconto del viaggio nell’escatologico deserto del Sinai. Viaggiavamo con Antonio Paradiso – racconta Anna – avremmo dovuto avere due macchine ma alla fine ne usammo una sola, ci stavamo sopra in nove. Ci accampammo con le tende nel deserto. Antonio comunicava un po’ in italiano, un po’ in arabo, un po’ in pugliese. Avevamo portato con noi la “Tavola d’Oro”, un’opera che Arturo aveva realizzato per restituire simbolicamente al deserto del Sinai le tavole della Legge di Mosè, ormai obsolete. Partimmo una mattina all’alba, dal monastero copto di Santa Caterina e salimmo in cima al Monte Sinai. Lì ebbe luogo la performance: Arturo buttò giù le tavole, che si spezzarono sulle rocce sottostanti. L’effetto è indescrivibile: fu un’esplosione di luce, qualcosa di mistico. Arturo non era religioso, ma era molto spirituale. 

La ricerca artistica di Vermi non si ferma alla pittura: con la moglie Anna creò il periodico Azzurro, edito in due sole edizioni, nel 1975 e nel 1976, che aveva come fine la ricerca della felicità. I titoloni dei giornali riportavano tutte brutte notizie, a caratteri spessi e neri. Noi volevamo un giornale di buone notizie, stampato su carta azzurra. Lo abbiamo chiamato “Azzurro”. Non fu mai un’opera da edicola, ma un’opera d’arte. Infatti è stato esposto nei musei. Sul giornale venne anche pubblicato il Manifesto del Disimpegno, in cui Vermi dichiara iniziata l’era del disimpegno; poiché oggi sono diverso da ieri, devo modificare o negare ciò che ho affermato ieri. Senza questa evoluzione, non c’è evoluzione, scienza, progresso, felicità. Quindi basta impegni con: il padre, la madre, i figli, la patria, il dogma, gli ideali, la parola data ecc. Facciamo soltanto ciò che ci fa felici!

Un ottimo proposito, al quale la Leogalleries contribuisce con il suo lodevole impegno (per la felicità, si intende!) di rendere sempre maggiormente comprensibile e godibile l’arte contemporanea.

Foto Elena Borravicchio

Elena Borravicchio

Elena Borravicchio

Laureata in Filosofia, giornalista pubblicista, moglie, mamma. È di Torino ma vive a Monza, dopo un periodo in Brasile e un altro ad Abu Dhabi. Ha una passione connaturata per la scrittura, suo canale espressivo privilegiato, insieme alla danza e alla fotografia. Ama il teatro, l'arte, la musica e tutto ciò che fa vibrare l'anima. È nelle librerie il suo primo romanzo, “Guardandoti ballare”.

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