
Il Museo e Real Bosco di Capodimonte presenta 150 opere del grande artista napoletano Vincenzo Gemito. La mostra arriva a Napoli dopo il grande successo riscosso dalla mostra a Parigi, che ha (finalmente) restituito fama internazionale e riconoscenza al grande artista.

Napoli, Italia.
La mostra Gemito è un progetto di Sylvain Bellenger, direttore del Museo e Real Bosco di Capodimonte e di Christophe Leribault, direttore del Petit Palais di Parigi, dove si è svolta la prima esposizione dal titolo “Gemito. Le sculpteur de l’âme napolitaine”dal 15 ottobre 2019 al 26 gennaio 2020. Il grande successo ottenuto a Parigi ha restituito la sua legittima fama internazionale al sorprendente artista di fine dell’Ottocento, molto abile nel captare le anime per realizzare i suoi ritratti, un obiettivo molto più complesso rispetto a limitarsi solo a cogliere la somiglianza. La seconda esposizione viene presentata appunto a Napoli, città natale dell’artista, col titolo “Gemito, dalla scultura al disegno”, in scena dal 10 settembre al 15 novembre 2020, a cura di Jean-Loup Champion, Maria Tamajo Contarini e Carmine Romano; la focalizzazione, in questo caso, sarà anche sui due grandi amori della sua vita, che sono stati anche le sue muse: la francese Mathilde Duffaud e la napoletana Anna Cutolo.
La mostra che si apre a Capodimonte ha l’ambizione di riassumere le rivelazioni di quella parigina, organizzandole però diversamente intorno ai suoi esordi, ai busti, alla gloria, agli amori (la francese Mathilde e la napoletana Anna), alla follia e alle ultime opere. La vita di Vincenzo Gemito (1852-1929) assume tutti i caratteri della leggenda: abbandonato dalla madre e poi adottato da una famiglia povera, crescerà nelle strade di Napoli a contatto con i cosiddetti “scugnizzi”, che diventeranno uno dei suoi soggetti preferiti. La sua formazione avviene in ambienti distanti dalle accademie, legandosi ad artisti “ribelli” come Antonio Mancini, Giovan Battista Amendola, Achille d’Orsi ed Ettore Ximenes. Da ragazzo osserva la tradizione locale presepiale delle botteghe di San Gregorio Armeno e la classicità dei reperti archeologici di Ercolano e Pompei esposti al Museo Nazionale di Napoli: giovanissimo entra nello studio dello scultore Emanuele Caggiano, per poi diventare allievo di Stanislao Lista e Domenico Morelli. Riconosciuto come un brillante scultore, scolpì il suo “Giocatore” all’età di 16 anni, acquistato l’anno successivo dalla Casa Reale per la Reggia di Capodimonte. A 23 anni realizza una serie di busti di personaggi illustri tra cui Morelli, Verdi e Michetti. Il suo Ritratto di Verdi lo rende famoso e viene invitato ad esporre a Parigi, capitale delle arti europee; qui il suo “Pescatore”,caratterizzato da realismo rivoluzionario, provoca uno scandalo nel 1877: viene infatti giudicato dalla critica per la sua bruttezza ma, allo stesso tempo, il pubblico è entusiasta. La gloria arriva a soli 26 anni a Parigi, dove stringe importanti relazioni artistiche e umane con Giovanni Boldini che lo introduce negli ambienti parigini e, soprattutto, con Ernest Meissonier, con cui intrattiene rapporti amicali e non solo professionali, come testimoniato dalla loro corrispondenza epistolare.

Dopo l’Esposizione Universale del 1878, Gemito torna a Napoli dove crea, grazie all’aiuto dell’amico barone du Mesnil, la fonderia a Mergellina nella quale sarà di grande aiuto “Masto Ciccio”; il re d’Italia Umberto I gli ordina la colossale statua di “Carlo V” per la facciata del palazzo reale di Napoli, poi “Un surtout di tavola d’argento” ma lo spirito di Gemito è indebolito e, passando da una crisi di follia all’altra, sarà rinchiuso prima nella clinica psichiatrica Fleurent e poi si chiuderà in un lungo autoisolamento, per oltre venti anni, nella sua casa di via Tasso. La sua scultura si trasforma e il suo disegno si libera e si espande, fino a farne uno dei più grandi disegnatori del suo tempo: in questa mostra è rivalutata l’ultima produzione di Gemito mettendo in luce i suoi stretti rapporti con altri artisti europei di inizio Novecento. L’artista muore a Napoli nel 1929.
La mostra Gemito, dalla scultura al disegno è suddivisa in nove sezioni in cui le opere sono esposte cronologicamente e associate a quelle di artisti suoi contemporanei. Nella sezione I, viene messa in risalto l’immagine del pescatore napoletano, vestito con i pantaloni corti, la camicia con le maniche arrotolate e col berretto rosso, parte dell’immaginario europeo fin dal tempo dai viaggiatori del Grand Tour del XVIII secolo e resa popolare dai dipinti di Franz Ludwig Catel. La figura di Antonin Moine, recentemente donata al Museo di Capodimonte, inaugura la mostra Gemito. Si tratta di una grande versione inedita in una fusione in sabbia di Braux del 1838; Gemito riprende lo stesso tema, ma dall’interno, cercando l’osservazione cruda e acuta della sua realtà quotidiana e creando così una vera e propria rottura a Parigi nel 1877, esponendo la figura “ripugnante” del suo Pescatore, vero manifesto del Verismo napoletano. In questa sezione sono esposti anche tre pastori originali del ‘700: un ricco contadino, una popolana e un vecchio “spogliato” cioè senza vestiti, in cui è visibile il suo manichino di stoppa, la testa in terracotta, le mani e i piedi in legno. Il giovanissimo Gemito, infatti, trascorreva il suo tempo a San Gregorio Armeno, osservando gli artigiani che realizzavano le figure presepiali.
Nella sezione II, è inclusa l’opera Il giocatore, suo primo capolavoro, subito acquistato dalla Casa Reale di Capodimonte. La sua produzione ha come soggetto privilegiato quegli scugnizzi dal destino precario in cui si rivede e di cui plasma intensi ritratti modellati nell’argilla con straordinaria abilità. Qui riunite in mostra una serie di sette teste di bambini in terracotta eseguite nello stesso periodo. La maggior parte di questi scugnizzi appartengono alle collezioni del Museo di San Martino e delle collezioni di Intesa Sanpaolo, Gallerie d’Italia Palazzo Zevallos Stigliano a Napoli e i loro titoli sono stati dati in seguito, come il Malatiello, il Fiociniere, un ragazzino che pesca il polpo con l’arpione, o l’Idiota, la cui espressione malinconica e pensosa si oppone al suo nome. Tra questi c’è anche il busto di un bambino offerto da Gemito al pittore De Nittis; nella sezione “Scugnizzi”, sarà allestito anche un video ideato e montato da Carmine Romano, curatore della mostra. Alcuni filmati amatoriali degli anni ’20 e ’30, girati fra Napoli, Ischia e la Costiera amalfitana, sono accompagnati dalle note di “A’ vucchella” intonata da Enrico Caruso. Le scene di vita quotidiana riprese, sono molto probabilmente le stesse che l’artista aveva di fronte agli occhi ogni giorno.
Nella sezione III, tra i ritratti più celebri c’è sicuramente quello del compositore Giuseppe Verdi, nel 1873 a Napoli per la messa in scena al Teatro San Carlo di due opere, Don Carlo e Aida. Domenico Morelli, grande amico del musicista, lo convince a farsi ritrarre da Gemito, suo giovane protetto squattrinato in cerca di denaro per sottrarsi al servizio militare e pagare un sostituto. Gemito trova l’ispirazione solo quando Verdi si china a suonare il suo fortepiano e così lo ritrae nel pieno dell’ispirazione, a testa bassa; una fisionomia pensosa che suscita molte critiche e caricature quando Gemito espone il bronzo a Parigi al Salon del 1877 e la terracotta all’Esposizione Universale del 1878. In mostra anche i busti del pittore Petrocelli, di Domenico Morelli, docente di pittura, dello spagnolo Fortuny, in vacanza a Portici nel ’73 e dell’abruzzese Michetti, sodale di D’Annunzio. Quest’ultimo ritratto di Michetti, realizzato intorno al 1875, sarebbe stato modellato a partire da una maschera in gesso ancora in forma liquida applicata da Gemito al volto del pittore stesso, con il metodo classico del calco, con cannucce nelle narici per evitare il soffocamento.

Nella sezione IV, sono inserite le opere del periodo in cui Gemito, venticinquenne, va a Parigi seguito anche dall’amico Antonio Mancini, in cerca di fortuna nella capitale delle arti. Il suo Pescatore, esposto al Salon, suscita grandi entusiasmi ma anche scandalo per il suo crudo realismo: il ragazzino nudo, accovacciato su una roccia, che tiene tra le dita il pesce appena pescato, è scioccante per il suo realismo, la sua fisionomia, i suoi capelli ribelli e il suo corpo da ragazzino malnutrito, lontano dalla classica bellezza che il pubblico francese si aspetta da un’opera italiana. Il rimprovero di bruttezza fatto al Pescatore di Gemito tornò quattro anni dopo quando Degas espose al Salon degli impressionisti nel 1881 la sua Petite danseuse de quatorze ans, testimonianza dell’influenza che Gemito ebbe sugli artisti francesi. In mostra anche una delle opere più famose di Gemito, l’Acquaiolo, una sensuale evocazione dell’antichità romana, una figura nuda di un giovane ragazzo che porta l’acqua in un grande vaso poggiato sull’anca mentre con la mano sinistra sorregge una tazza, che ha realizzato a Napoli al suo ritorno da Parigi. Fondamentale per il successo dello scultore sarà, poi, l’incontro nel 1888 con il più potente e famoso pittore dell’epoca: Ernest Meissonier che lo prende sotto la sua protezione e lo incoraggia. Gemito gli consegna il Pescatore per ringraziarlo del suo sostegno e, tornato a Napoli, mantiene una regolare corrispondenza con il maestro, la moglie e il figlio. Gemito realizza un suo ritratto in forma di statuetta dell’artista.
Nella sezione V, nel 1872 lo scultore incontra Mathilde Duffaud, modella francese di nove anni più grande, che vive con l’antiquario Duhamel. Se ne innamora e la porta nel suo nuovo studio al Mojariello. In questo periodo realizza il ritratto di lei in terracotta del 1872, tra i suoi più grandi capolavori. Quando nel ’77 l’artista va a Parigi, lei lo raggiunge ma è già malata e Gemito chiede ai familiari di vendere tutto quello che c’è nel suo studio di Napoli per poterla curare. Rientrati in città nel 1880, le condizioni di salute della donna peggiorano progressivamente fino alla morte nell’aprile del 1881. La storia tra i due è documentata da un gran numero di intensi ed emozionanti sculture e disegni.
Nella sezione VI, sconvolto dalla perdita dell’amata, lo scultore si trasferisce per qualche mese a Capri, dove modella piccoli ritratti di isolani che trovano il favore del pubblico. Nel 1883, con l’aiuto del barone belga Oscar du Mesnil, apre una sua fonderia a Mergellina dalla quale provengono eccellenti fusioni realizzate sotto il diretto controllo dell’artista che ha organizzato una piccola squadra affidata a ‘Masto Ciccio’. Nel 1885, quando il re Umberto I gli commissiona la colossale statua del Carlo V per una nicchia della facciata del Palazzo Reale e, l’anno seguente, un Centrotavola in argento, la sua salute mentale comincia a vacillare. Gemito va in crisi: avendo rappresentato solo coloro che popolano il suo mondo, trova difficoltà a realizzare una grande figura storica, una statua destinata ad essere colossale in marmo, materiale che a Gemito non piace. Si reca subito a Parigi nel 1885 per chiedere consiglio al suo grande amico Meissonier, specialista in ricostruzioni storiche, e anche per copiare le armature della sua collezione. Quando il marmo viene esposto nella sua nicchia di Palazzo Reale, Gemito rileva un errore nella posizione dell’indice allungato della mano destra e lo fa correggere: ecco il famoso dito in gesso, di dimensioni diverse dal marmo, donato nel 2018 al Museo di Capodimonte. Nel 1886, il re Umberto I fece un secondo ordine a Gemito, un Trionfo da tavolo d’argento, per il suo Palazzo di Capodimonte. Ancora una volta, questo tipo di grande opera neobarocca è estranea al talento di Gemito: l’angoscia che segue questa commissione indebolisce ulteriormente lo stato psichico dello scultore, ricoverato presso la Clinica Fleurent di Napoli. Al suo ritorno, si rinchiuderà nella sua casa di via Tasso, in una sorta di esilio volontario per oltre venti anni, senza però smettere di creare. Realizzò numerosi disegni preparatori per il “surtout”, oltre a un grande bozzetto in cera, ora al Museo di Capodimonte nella sezione dell’Ottocento privato, ma non completò mai la commissione e il Duca d’Aosta accettò di rinunciarvi definitivamente.
Nella sezione VII, ci sono le opere di Gemito risalenti al periodo in cui si innamora di Anna Cutolo, modella riconoscibile nel superbo dipinto di Donna con ventaglio di Domenico Morelli. Dal matrimonio tra i due nasce, nel 1885, la figlia Peppinella destinata a divenire valido supporto all’attività paterna. La bellezza procace della sua Nannina, così diversa da quella delicata della fragile Mathilde, diventa protagonista della sua arte. Ancora una volta, però, il destino gli sottrarrà l’amore e, nel 1906, Anna muore tra le sofferenze della malattia documentata da struggenti, quasi impietosi disegni dell’artista che ripiomba nello sconforto. In mostra anche un piccolo vaso di bronzo con parte del braccio che lo mantiene, un frammento dell’acquaiolo, che porta la scritta Nannina in inchiostro rosso. Gemito inconsolabile, avendo successivamente perso i due grandi amori della sua vita, rimane solo con la figlia per i ventitré anni che gli restano.
Nella sezione VIII, sono esposte le opere risalenti al momento in cui l’artista è afflitto da gravi disturbi psichici. Ciononostante continua a lavorare e a questi anni si data un importante nucleo di disegni. La grafica, caratterizzata da un tratto rapido e sapiente, illuminata da tocchi di luce atti a ottenere una grande forza plastica, è composta da bozzetti e studi ma anche da disegni autonomi, a volte di grande formato, come i bellissimi Ritratti Bertolini, del 1913 e 1914, e conservati oggi al Philadelphia Museum, mai esposti in Italia. Il padre possedeva uno degli alberghi più grandi e lussuosi di Napoli, il Bertolini Palace Hotel, affacciato sul golfo dalla cima del parco Grifeo. Gemito disegna anche il suo collezionista e mecenate Achille Minozzi, un’imponente figura a carboncino che occupa un intero grande foglio di carta alla maniera dei ritratti della borghesia realizzati dagli artisti della Neue Sachlichkeit. Disegna le donne di campagna o gli zingari che incontra quando lascia Napoli per andare a Gennazzo, ma anche le adolescenti, o la nipote Annita, adoperando una grande libertà espressiva che lo conduce a soluzioni innovative, di apertura verso il nuovo secolo. Tutti questi straordinari disegni furono ampiamente riprodotti sulla stampa italiana dell’epoca, spesso mostrati dal suo più importante collezionista Achille Minozzi, che ne aveva quasi quattrocento.
Nella sezione IX, Gemito, riemerso improvvisamente dal suo turbato mondo sul finire del primo decennio del Novecento, quasi sessantenne, riprende con fervido entusiasmo la sua attività e si mostra in sintonia con il fresco gusto europeo dell’Art Nouveau, come testimoniano soprattutto le opere in argento. Tra difficoltà e riconoscimenti lavora fino alla morte, nel 1929, dedicandosi a un’affascinante rilettura dell’antico quasi a ricongiungersi con i suoi inizi: questo ritorno all’antichità comprende argenti e oggetti decorativi, di cui diversi esemplari sono esposti in mostra, il più famoso e spettacolare dei quali è il medaglione in argento e vermeil conservato al Getty Museum, dove il dritto rappresenta la testa così come appare sulla tazza Farnese, ma delimitata da piccoli serpenti la cui coda si estende sul rovescio, occupata al centro dalle squame di una pelle di serpente. Gemito raffigura un altro soggetto classico: Atalanta su un piatto d’argento, ispirato dal famoso dipinto di Guido Reni Atalanta e Ippomene. In mostra la straordinaria Coppaflora o coppa nuziale in bronzo argentato; la conclusione si ha con il lavoro contemporaneo dei fratelli napoletani Luciano e Marco Pedicini, un dittico fotografico dal titolo Paesaggi espositivi, che mette a confronto le opere di Gemito con il paesaggio della Napoli di oggi, evidenziando l’immutabilità dei volti dei bambini della città nel tempo: il volto scarnificato di Ael, bambina rom che campeggia gigantesca sulla facciata cieca di un palazzo di Ponticelli opera dello street artist Jorit Agoch che rimanda alla piccola Zingara di Gemito.
Appuntamento da non perdere al Museo di Capodimonte di Napoli: un’occasione per immergersi nell’arte e nella cultura!



