
Forse non tutti i monzesi sanno che l’attuale facciata del monumento storico cittadino per antonomasia non appariva come appare oggi, che la topografia della città è cambiata moltissimo nel corso di secoli e che, inizialmente, l’attività politica del comune non si svolgeva all’Arengario bensì nel castrum sui territori di proprietà dell’arciprete

Monza. Italia.
Presentato in sala Maddalena a Monza, giovedì 20 febbraio, un interessante studio sul monumento iconico della città, promosso dal comune di Monza. Sono intervenuti Stefano Pruneri, archeologo, Valeriana Maspero, storica e scrittrice, Giulia Iurcotta, ricercatrice e Gianni Selvatico, ricercatore. L’assessore alla cultura Massimiliano Longo ha aperto la serata garantendo che presto i lavori di messa in sicurezza del monumento garantiranno la accessibilità a tutti i cittadini senza tuttavia modificarne la struttura, “documentata per esempio nel bellissimo dipinto di Angelo Inganni, di metà ‘800 – ha sottolineato l’assessore – che vi invito ad andare a vedere ai Musei Civici di Monza”.
Gli studiosi hanno spiegato che il termine “arengario” viene dal germanico “ring”, che era il cerchio militare in cui si prendevano le decisioni, mentre il recinto degli antichi comuni militari era l’”arengo”, da cui Arengario. L’archeologo Pruneri ha messo a confronto varie planimetrie e mappe catastali, alla stregua di strati di epoche successive in uno scavo archeologico, per spiegare l’interessante evoluzione architettonica della città. Scopriamo così, per esempio, che nel 1722, accanto all’Arengario, al posto dell’attuale piazza Roma c’era il Pretorio con il muro a vista del carcere e che via Vittorio Emanuele semplicemente non esisteva. Scopriamo anche che nel 1806 il monumento era usato come aula di tribunale e sede di rappresentazioni teatrali ed era segnato nelle mappe sulla strada postale da Milano a Lecco, per raggiungere la Val Tellina e il Passo dello Stelvio.

La storica Maspero ha letto delle pagine da fonti dell’epoca sulla storia dei Visconti, signori di Milano, intrecciata con quella di Modoetia. Infine Selvatico ha trattato la parte più antica della ricostruzione storica: la costruzione dell’Arengario e il suo primo aspetto nonché i presupposti della nascita del Comune in parallelo con quello che accadeva nelle altre città. “Dentro la zona fortificata c’era la parte centrale della città, il “castrum”, intorno al Duomo; tutto attorno si espandeva il borgo. Dal 1150 circa i cavalieri e i possidenti elessero i Consoli: essi tenevano riunioni presso i palazzi vescovili, ma ben presto i palazzi non erano in grado di ospitare le adunate comunali sempre più affollate. Di conseguenza ne sorsero di nuovi con un ampio salone adatto a ospitare le assemblee. Intorno al 1230 i cavalieri persero la supremazia a vantaggio dei nuovi ricchi, mercanti, finanzieri e artigiani: il potere dai Consoli fu affidato al Podestà e di nuovo sorse l’esigenza di più grandi spazi. Dove si poteva costruire il nuovo palazzo comunale? L’area più centrale disponibile era in contrada Mercato, l’attuale piazza Roma, fuori dalle mura del Castello. Immaginate, l’edificio di comando posto fuori delle difese! Era inconcepibile. Allora, tra il 1224 e il 1253, il Comune monzese circondò il borgo con dei bastioni sul modello della cinta dei navigli di Milano di quel tempo. Il Lambretto e il perimetro del centro storico dunque ebbero origine alla metà del ‘200 e non nel ‘300, per volere dei monzesi e non di Azzone Visconti. Una volta realizzate le difese del borgo diedero il via al progetto del nuovo palazzo comunale. Purtroppo non abbiamo documenti diretti che testimonino la datazione del monumento, la possiamo dedurre dagli elementi architettonici: gli archetti di gronda sono del tutto uguali a quelli utilizzati per la chiesa degli umiliati del Carrobiolo, edificata prima del 1259”.
Molto esemplificativo il disegno realizzato dallo stesso Selvatico della facciata con doppia scalinata come doveva apparire in origine.
Foto Elena Borravicchio



