Dal 14 novembre al 6 gennaio, al Belvedere della Reggia di Monza, in mostra la Biennale Giovani, una rassegna divenuta punto di riferimento per le Accademie di Belle Arti di tutta Italia e osservatorio privilegiato sull’arte emergente
Monza, Italia.
Giunta alla undicesima edizione, la Biennale Giovani di Monza si afferma sul panorama nazionale come un riferimento per tutte le Accademie di Belle Arti d’Italia.

Un’idea antica
L’idea della Biennale è antica: “Nasce dai Premi Nazionali di Pittura “Città di Monza” del 1951 e poi dalle mostre generaliste sostenute dal Rotary di Monza nel 1980, ’84 e 2002 – racconta Gerardo Genghini, storico coordinatore della Biennale – Dal 2005 si concentra sui linguaggi giovanili. Nel 2009 poi si è costituito un comitato e si è consolidata la formula “30 artisti per 5 critici”. Uno degli obiettivi del comitato è costituire una sorta di fondo di arte contemporanea per la città”. Varie opere infatti, dalle prime Biennali fino ad oggi, sono state acquistate e collocare nel museo cittadino.

Dal 14 novembre al 6 gennaio
Inaugurata il 14 novembre, presso il Belvedere della Villa Reale, la Biennale rimarrà aperta fino al 6 gennaio (con una cerimonia di chiusura alle 18), offrendo al pubblico la possibilità di una visita culturale gratuita per tutte le vacanze natalizie.
30 artisti, 5 critici, 10 accademie
Trenta artisti per cinque critici e dieci accademie, più i lavori corali di varie ISIA (Istituti Superiori per le Industrie Artistiche) di tutta Italia: sono questi i numeri della rassegna curata da Daniele Astrologo Abadal.

Una campionatura delle accademie italiane
“La Biennale traccia una campionatura delle accademie italiane – spiega il curatore – Vado a pescare l’arte nel momento più significativo, prima di diventare commerciale; catturo di questi artisti il loro aspetto originario. Mi rivolgo ai tutor e ciascuno di essi seleziona tre allievi, da corsi diversi o dallo stesso corso, di cui uno straniero. Sono artisti emergenti, su trenta solo uno o due hanno una galleria di riferimento: la Biennale costituisce un’occasione per capire come funziona questo mondo, imparare a destreggiarsi tra quotazioni, allestimenti e rapporto con il pubblico”.
Il risultato è un ricchissimo ventaglio di punti di vista sul mondo offerto dagli occhi di giovani artisti italiani e internazionali, ognuno con la propria personalità e urgenza tematica.
“Quest’anno emerge una sensibilità politica, più che in altre edizioni – spiega Daniele Astrologo Abadal – inoltre molte opere sono frutto della relazione dell’artista con l’intelligenza artificiale”.

Osservatorio sull’arte emergente
Vero e proprio osservatorio sull’arte emergente, i protagonisti della Biennale restituiscono ai non addetti ai lavori ciò che sta a cuore ai giovani, filtrato attraverso gli infiniti linguaggi dell’arte. Natura, artificio, guerra, dittatura, violenza domestica, memoria, modelli culturali, case/prigione sono alcuni dei temi indagati con una sorprendente varietà di tecniche e materiali.

Daniele Astrologo Abadal, opera “Where is daddy?”
Opere vincitrici
“Cinque delle opere in mostra hanno vinto il premio indetto dalla città di Monza per acquisirle e installarle ai Musei Civici: sorprendentemente tutte quelle realizzate con l’intelligenza artificiale ne fanno parte”, commenta Astrologo Abadal.
“Where is daddy?”
La più impattante, per la sua bruciante attualità, è senza dubbio Where is daddy?, di Samuele Angemi, Accademia di Catania, (tutor Gianluca Lombardo), un’installazione ambientale di mattoni e audio realizzato con AI, che ripropone il perimetro di una casa palestinese di un ragazzo 18 anni, che ha partecipato alla realizzazione dell’opera, rasa al suolo dall’esercito israeliano. Le dimensioni della prima sala del Belvedere hanno consentito l’allestimento in scala praticamente identica al reale, creando un effetto spettrale, reso ancor più inquietante dalla voce ripetitiva dell’AI chiamata appunto “Where is daddy?”, utilizzata da Israele per rintracciare, controllare le abitudini e infine eliminare le famiglie palestinesi considerate ostili. Ogni mattone è in vendita e rappresenta non solo un oggetto da collezione ma una occasione concreta di sostegno alla ricostruzione di Gaza.

“Chilometro zero”
Insospettabile opera realizzata dal lavoro manuale dell’artista Alessia Arnone, dell’Accademia di Belle Arti di Catania, guidata però da Chat GPT, è Chilometro zero, un’installazione di cinque arazzi in cotone e lana. Un libro posto accanto all’opera illustra tutte le fasi del processo creativo, dall’acquisto del materiale al lavoro artigianale, attraverso la chat con l’intelligenza artificiale; curioso caso in cui l’uomo si mette a servizio dell’AI e non l’AI dell’uomo. Ogni ulteriore considerazione è superflua.

“Democrazia“
Un’altra opera vincitrice è Democrazia di Daria (Mikhailova) Miva, dell’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano, (tutor Francesco Finotti), una imponente installazione in legno, cartone e luce LED che si presenta come due enormi scatoloni di cartone sovrapposti, alti quasi 3 metri. Avvicinandosi si scorge un buco nella superficie laterale di uno di essi, dal quale si può sbirciare e vedere l’immagine di una nuvola, ma sul “retro” dello stesso c’è un altro foro, dal quale si vede un altro panorama, segno che le cose, viste da differenti angolazioni, non appaiono mai nello stesso modo.

“Ab-use“
Particolarmente suggestiva è Ab-use, (The classroom, To treat, Sons, Stones faces, The cage) di Lara Schilirò, dell’Accademia di Catania, un’installazione composta da stampe su rulli di carta, di frame in sequenza elaborati dall’AI.
Il delicatissimo tema dell’abuso su minori è trattato attraverso le immagini di grappoli di figure di bambini, volti e occhi, realizzati dall’intelligenza artificiale, a partire dai dati di database collettivi. Induce una riflessione sul tema attraverso la bellezza e il labile confine tra reale e artificiale, irripetibile e ripetibile.

Una riflessione importante
Tutte le opere, lasciate volutamente prive di didascalie esplicative, catturano l’attenzione dei visitatori e qualche volta interrogano in modo esplicito, altre più sotterraneo. A disposizione del pubblico c’è il testo critico di Sala oppure, se si è fortunati e lo si incontra al Belevedere, il curatore stesso della Biennale è sempre disponibile a dissipare dubbi e raccontare la genesi delle opere, in modo sobrio e puntuale.
Photo Elena Borravicchio




