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Fotografi di guerra per caso

Partiti per il Nepal con l’obiettivo di realizzare un documentario per l’esame di fine Accademia, gli ex studenti di fotografia Matteo Colombo, Eleonora Ferro, Samuele Mereu e l’autore Nicholas Lori si sono trovati loro malgrado nel mezzo della rivolta popolare della Generazione Z a Kathmandu. Ne è nata una fanzine che è un vero e proprio reportage di guerra, nelle sue sfumature più umane. Verrà presentato per la prima volta a Monza, il 13 dicembre, presso i Musei Civici, nel contesto di un talk del Monza Photo Fest.

Monza, Italia.

Sabato 13 dicembre, alle ore 17, presso i Musei Civici di Monza, sarà presentato il reportage fotografico dal titolo Oggi è un buon giorno. Domani si vedrà, di Matteo Colombo, Eleonora Ferro, Nicholas Lori e Samuele Mereu.

I quattro giovani autori si sono trovati loro malgrado a documentare la rivolta popolare di inizio settembre in Nepal.

Sopra, photo Eleonora Ferro.
Photo grande in alto, da sinistra: Samuele Mereu, Matteo Colombo, Eleonora Ferro, Nicholas Lori.

Un documentario sulle comunità rurali

“Eravamo partiti per realizzare un documentario sulle popolazioni rurali che vivono tra le montagne del Nepal – racconta Eleonora Ferro, ex studentessa, come i suoi compagni di viaggio, dell’Istituto Italiano di Fotografia, di Milano – vivendo fianco a fianco con i nomadi, per due settimane, ospiti per ogni tappa di una famiglia diversa e ci siamo trovati in mezzo alla rivoluzione”.

Migliaia di studenti in piazza

A seguito del blocco di 26 piattaforme social da parte del governo comunista di Sharma Oli, ex Primo Ministro del Nepal, ufficialmente dovuto alla lotta a fake news e profili falsi, migliaia di studenti sono scesi in piazza nella capitale Kathmandu.

“Quando siamo arrivati in albergo abbiamo notato la manifestazione ma non avevamo capito l’entità del fenomeno – spiega Samuele Mereu – Il secondo giorno saremmo dovuti partire ma l’auto che ci avrebbe accompagnati continuava a tardare. Piano piano siamo scesi in strada a parlare con le persone”. 

Rivolta inizialmente pacifica

La rivolta partita pacifica è degenerata rapidamente arrivando in pochi giorni ad appiccare il fuoco al Parlamento, al Palazzo del Primo Ministro, alla Corte Suprema e ad alcuni simboli del consumismo come hotel e concessionarie di lusso. 

“Il nostro b&b era proprio sullo stradone che divide come uno spartiacque la zona popolare dalla zona governativa: abbiamo assistito a tutto in diretta – specifica Mereu – È stato incredibile trovarsi lì nel momento in cui si stava facendo la storia“.

Uniti per un solo scopo

“Mi ha colpito molto percepire l’unione di tante persone per lo stesso scopo: siamo stati anche in ospedale, abbiamo conosciuto un ragazzo di 20 anni a cui avevano sparato a entrambe le gambe, che era stato comunque felice di partecipare, di aver contribuito a migliorare il proprio paese“, sottolinea Eleonora Ferro.

Foto Samuele Mereu

Un’organizzazione chiururgica

“C’è stata un’organizzazione chirurgica, hanno colpito pochi obiettivi politici o legati in qualche modo al governo – ha aggiunto Matteo Colombo – Non hanno provocato tanti incendi, la mia impressione è che siano state messe delle bombe nelle auto per generare fumo e attirare l’attenzione, non per devastare”.

Governo militare

La mattina dopo il picco della rivolta della Gen Z sono stati gli stessi giovani a scendere in strada a sistemare i danni: “Li abbiamo avvicinati, ci hanno detto: “Se non lo facciamo noi non lo fa nessuno”. Avevano un occhio di riguardo verso l’esercito, che consideravano indipendente. Di fatto, nei primi giorni c’è stato un governo militare, con il coprifuoco e pattuglie ad ogni angolo che ci fermavano, ci chiedevano chi fossimo e cosa ci facessimo a Kathmandu, spiegavamo che eravamo turisti e ci lasciavano passare”, conclude Mereu.

Primo Ministro ad interim

Attualmente il Primo Ministro ad interim è Sushila Karki, ex giudice della Corte Suprema Nepalese, prima donna Primo Ministro in Nepal, che ha ottenuto oltre il 50 per cento di preferenze sulla piattaforma dei manifestanti, con 140 mila iscritti: una sorta di assemblea popolare on line. Le vere e proprie elezioni si terranno il 5 marzo.

Foto Matteo Colombo

Ingiustizia sociale

“I media hanno detto che il governo ha bloccato tutti i social e per questo i giovani si sono ribellati, ma la situazione è molto più complessa di così – spiega ancora Colombo – In Nepal non c’è una classe media: c’è la ricchezza esagerata e c’è la povertà, che vuol dire fame. I giovani avevano coniato l’#NapoBabyNepal per riferirsi ai figli dei politici che su Tik Tok ostentavano la loro vita di lusso alla faccia della povera gente. È stato questo clima più che il blocco improvviso dei social a far scoppiare la rivolta. Insieme alla corruzione e alla estrema instabilità politica. Io facevo soprattutto fotografia di moda, questa esperienza mi ha cambiato, ora mi piacerebbe dedicarmi ai reportage di guerra“.

Villaggi del Nepal

Dopo i giorni caldi, i tre giovani  fotografi Colombo, Ferro e Mereu e l’autore Lori hanno proseguito il viaggio verso i villaggi che avrebbero dovuto visitare da programma, ma hanno compiuto una minima parte del percorso, anche a causa di strade tortuose e dissestate che avrebbero richiesto molto più tempo di quello rimasto a disposizione.

Un altro reportage

Le foto scattate negli ultimi giorni di soggiorno in Nepal sono state omesse dalla fanzine per coerenza tematica. Chissà che non confluiscano in un altro reportage oppure che i loro autori riescano a tornare in Nepal e integrare il lavoro interrotto troppo presto.

Elena Borravicchio

Elena Borravicchio

Laureata in Filosofia, giornalista pubblicista, moglie, mamma. È di Torino ma vive a Monza, dopo un periodo in Brasile e un altro ad Abu Dhabi. Ha una passione connaturata per la scrittura, suo canale espressivo privilegiato, insieme alla danza e alla fotografia. Ama il teatro, l'arte, la musica e tutto ciò che fa vibrare l'anima. È nelle librerie il suo primo romanzo, “Guardandoti ballare”.

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