Il 3 luglio 2025 è stata inaugurata la mostra fotografica dedicata agli scatti che Letizia Battaglia ha dipinto nel corso della sua frastagliata carriera. Un viaggio emotivo nel suo e nel nostro mondo, disponibile fino al 26 ottobre 2025 tra le pareti dell’Antico Palazzo di Città di Cagliari.
Cagliari, Italia.
Chi è Letizia Battaglia
Letizia Battaglia, nata a Palermo il 1935, è tra le prime donne fotoreporter italiane. La sua carriera comincia da autodidatta tra gli anni Sessanta e Settanta, militando tra la Sicilia e Milano e collaborando con la rivista Le Ore e con il periodico ABC. Il suo carattere – non solo fotografico – è da subito evidente. Sceglie di raccontare attraverso le immagini eventi e uomini cuciti nell’anima del nostro Paese: la prima manifestazione del movimento femminista; Pier Paolo Pasolini al Cinema Turati durante la sua lotta verso la censura; Franca Rame e Dario Fo sul palco della Palazzina Liberty; il processo contro la libertà d’informazione giornalistica a Genova.
Tornata nella sua Palermo, fino al 1991 collabora con il quotidiano L’Ora, arricchendone le pagine con istantanee ritraenti fatti di cronaca nera, di politica, di spettacolo e di vita vera. Nel 1975 con il suo compagno Franco Zecchin, attore milanese, inaugurerà una fase della storia della fotografia italiana. Il loro impegno sarà progressivamente focalizzato nel testimoniare l’esplosione in Sicilia della guerra di mafia condotta dai Corleonesi di Totò Riina e Bernardo Provenzano. Cosa Nostra non fa differenza. Le lotte di potere per la conquista del territorio non coinvolgeranno solo i loro pari, ma tutti coloro che intralceranno la loro sanguinosa ascesa. Politici, magistrati, uomini delle forze dell’ordine, giornalisti.

La mostra
L’esposizione si compone di settanta immagini con cui si ripercorre la coraggiosa e impareggiabile carriera della fotografa siciliana. Conosciuta soprattutto per il suo impegno nella denuncia iconografica del sangue versato in Sicilia negli anni Settanta e Ottanta, con questa mostra si avrà l’opportunità di conoscere la fotoreporter anche nelle sue vesti di donna, di madre, di testimone dell’incoerenza, dell’ambivalenza e della miseria malinconica del genere umano. Una crociata personale durata quasi cinquant’anni.
Attimi che generano storia
La mostra, curata da Paolo Falcone e organizzata da Electa in collaborazione con l’Archivio Letizia Battaglia e la Fondazione Falcone per le Arti, è promossa dal Comune di Cagliari con la collaborazione di Fondazione di Sardegna. Sebbene le opere seguano un progetto connesso, distribuito su tre piani e in sezioni contigue che avvolgono l’anima come una tenaglia che va dritto al cuore, le fotografie non seguono un ordine temporale, tematico. Sono l’espressione dello scorrere del suo tempo interiore. Un ordine disordinato. Come la sua inquietudine emotiva e creativa.
Ogni scatto è una firma
La macchina fotografica di Letizia Battaglia ha catturato ciò che era impossibile da vedere perché impossibile da guardare e accettare. Suoi, però, sono anche dettagli di terre lontane, occhi e corpi di donne, uomini e bambini, che diventano comparse in una scenografia reale, di quella società crudelmente distratta nel prendersene cura. Una sofferenza lenta e silenziosa, che solo una sensibilità vulcanica come la sua poteva assorbire e raccontare. Il bianco e nero rende imminente e scioccante il contatto con l’immagine. Il fermo si muove, lo sguardo fisso parla, grida, spinge fuori da quei volti la rassegnazione, l’autocommiserazione o l’inconsapevolezza.

Il racconto della sua terra
L’artista dedica un’ampia gamma di scatti alla sua terra. I morti ammazzati dalla mafia in pose plastiche che esaltano l’ironica assurdità della violenza umana. Gli uomini dello Stato cinti da quella innata fierezza che distingue gli eroi. Gli occhi smarriti di anime erranti nei manicomi, quelli che il giudice morale considerava pazzi allontanandoli dal buoncostume. Genitori segnati dall’amara sconfitta di dover negare ai propri figli la leggerezza di sentirsi tali. I volti incipriati di aristocratici, anestetizzati verso il dolore della miseria. Letizia Battaglia è un fiume in piena. Penetra nelle crepe umane, quelle da cui sgorga il sangue, il coraggio della lotta, la spensieratezza e la voglia di riscatto. Corre e scorre sull’asfalto, per le strade, nelle case, per raccogliere lo sporco e mostrarlo – anche – a chi si ripulisce la bocca.
Segnata lei stessa dalle stragi di mafia del 1992 e dall’uccisione di Padre Pino Puglisi, Letizia Battaglia sceglie di voltare lo sguardo e l’obiettivo. Oramai il buio è troppo scuro da fotografare. Sceglie come ultimo capitolo di quel testamento il ritratto di Rosaria Costa, vedova dell’agente Vito Schifani ucciso il 23 maggio 1992 nell’attentato contro il giudice Giovanni Falcone. Un primo piano su uno sguardo chiuso, segnato a metà dalla luce e dall’ombra.

La strada come scuola
Le lezioni di fotografia Letizia Battaglia le prendeva per e dalla strada. I suoi libri erano uomini, fatti, spazi. Il suo è un contatto diretto e riavvicinato con il soggetto, spronando la verità di quello sguardo verso il mondo, che sia di compassione, dolore, rabbia o estasi. Superfluo accostarla ad una scuola, una tecnica, una corrente artistica. Con lei inizia e finisce quel racconto personale reale, immaginario e inimmaginabile. Con la sua inseparabile Pentax K 1000 al collo, la mano di Letizia Battaglia è mossa dall’istinto e dall’irrefrenabile missione di voler parlare. Sceglie le immagini per farlo, istanti che si muovono nel tempo perché restano vivi, come quei volti immobili, fragili o violenti che riempiono il suo obiettivo e la storia che ne verrà.
Testo Carmen Marinacci
Foto dall’alto: Giorgio Marturana. Carmen Marinacci. Giorgio Marturana. Courtesy of Ufficio Stampa Giuseppe Murru




