Variazioni enigmatiche, un thriller dei sentimenti

Scritto da isabella cursio on . Postato in cinema

Glauco Mauri e Roberto Sturno tornano in scena, al Teatro Strehler, con “Variazioni enigmatiche” di Eric-Émmanuel Schmitt.

Milano, Italia.

Interno giorno


Un celebre scrittore siede su una poltrona e, dall’angolo destro del palco, accoglie in maniera burbera un giornalista impacciato, cui sembra non ricordare di aver promesso un’intervista esclusiva.

La scena è arredata con eleganza, ma risulta ridondante nel suo gusto ricercato: lampade di design sovrabbondanti dalla luce calda e stanca, poi tante, troppe poltrone per un uomo che a più riprese rivendica la sua solitudine su un’isola deserta. 

Il giornalista balbetta qualche giustificazione poco convinta, si guarda intorno, si dirige infine con la sua valigetta consunta verso l’altro angolo della scena, sulla poltrona più lontana, l’unica speculare dell’intero set. I due sono ora all’interno di una cornice di moquette rettangolare che ricorda sinistramente un ring, le forze in campo apparentemente impari.

Quella moquette sarà invece teatro di una tesissima partita a scacchi tra i due protagonisti e, se gli atti scandiranno in maniera prevedibile i rovesciamenti di fronte, l’esito finale potrebbe stupirvi.

Il thriller psicologico di Schmitt in scena al Teatro Piccolo è meno commedia di quanto l’originale prometterebbe nella prima parte, ma ha il merito di arrivare ai colpi ad effetto del secondo atto senza scadere nella farsa. E se la tragedia appare sempre a un passo è perché  l’Abel Znorko messo in scena da Glauko Mari è un eccentrico disilluso in cerca di autodistruzione prima che un genio cinico: le sue reazioni isteriche e improvvise smuovono come una marea la sceneggiatura e fanno interrogare continuamente lo spettatore sulla possibilità del riadattamento.

A Roberto Sturno tocca invece l’onere di navigare un personaggio meno uniforme e, nonostante pecchi di un certo controllo fisico nelle fasi di forzato imbarazzo dei primi minuti, scandisce con autorità il ritmo della transizione che il suo Erik Larsen subisce e apporta poi allo spettacolo.

Una, nessuna, centomila poltrone

Le numerose poltrone affastellate sul palco appaiono subito come attrici supplementari dello spettacolo: i due protagonisti se le contendono, ci danzano sopra, ai lati, ci si appoggiano o le scagliano via violentemente con uno schema che segue la dinamiche con cui cambiano i rapporti di forza. Prima usate da Larsen come campo base per i suoi goffi tentativi di fuga, diventano col tempo trincee in cui la linea di difesa di Znorko arretra insieme alle proprie convinzioni di fronte alle rivelazioni di Larsen.

Se serviva una prova che desse la dimensione della capacità dei due attori di sostenere una scenografia volutamente piatta e straniante, le poltrone sembrano essere lì per suggerirne una convincente.

“La letteratura non balbetta la vita, la inventa”

Nonostante qualche reinterpretazione efficace, la messinscena non si sottrae all’approfondimento dei temi classici dell’opera di Schmitt: c’è l’epitome perfetta di due modi opposti di intendere l’amore, c’è soprattutto il desiderio instancabile di Larsen di estirpare la verità da Znorko

La verità a qualunque costo

Come da copione, il genio distaccato e pretenzioso sembra infastidito più per la banalità che questa esigenza rappresenta che per reale volontà di discrezione: ma è davvero questo il motivo di tanta reticenza?  Znorko continua a ripetere come un mantra che tutto ciò che dice o scrive sia espressione della finzione letteraria che ha il dono di inventare. Che la verità è banale e appannaggio di chi non ha fantasia sufficiente per costruirsi la propria realtà. 

Il fascino del mistero risiede nel segreto che può avere, non nella verità che nasconde” arriverà a dire.

Ma non sembra poi così convinto delle sue parole, o lo sembra comunque sempre meno col passare del tempo.

E quando infine Larsen gli consegnerà la soluzione del mistero che lui riteneva a torto l’unica verità fondamentale della sua vita, scoprirà un nuovo modo di interpretare la realtà. Forse anche l’amore.
Foto, dall’alto: Foto Manuela Giusto, Foto courtesy by Teatro Strehler

isabella cursio

Romana, col cuore sempre a Roma e la testa da altre parti, esploratrice ed architetto, collezionista seriale di Erasmus. Dopo la laurea, con gli occhi ancora pieni di Berlino, si convince ad inseguire il sole e a partire con un biglietto di sola andata per l' Australia, dove, accompagnata da uno zaino, un taccuino e una macchina fotografica, farà un viaggio di otto mesi che le cambierà la vita. Qualche ostello più tardi, nel 2020, decide di posare per un pò la valigia a Milano, in un colorato appartamento al quinto piano, dove vive di caffè, zenzero, sogni ed architettura