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Ugo La Pietra, il visionario dell’arte concettuale del territorio

Inaugurata alla Leo Galleries di Monza, il 16 febbraio, con l’intervento critico di Simona Cesana e Giovanna Canzi, la mostra dell’antesignano del design, il teorico del sistema disequilibrante, l’artista che ha coniato lo slogan “abitare è essere ovunque a casa propria”. Sempre in bilico tra presente e futuro, tra insider e outsider del sistema dell’arte.

Monza, Italia.
Ugo la Pietra è una scoperta. Un artista talmente istrionico e longevo che impattando nelle opere esposte alla Leo Galleries, l’ultima delle quali datata 2019, si è invogliati a scoprire quale strada abbia intrapreso per giungere sin qui. Dove “strada” non è una parola scelta a caso. Molte delle tele della mostra, intitolata “La mia territorialità. Itinerari di ricerca attraverso il segno”, rappresentano infatti dei percorsi, prima attraverso il tessuto urbano e poi attraverso il giardino. In una simbolica ricerca espressiva della propria posizione nello spazio esterno, che diventa spazio interiore. Un equilibrio “disequilibrato”, dinamico, cercato per tutta la vita dall’artista attraverso un tratto segnico caratteristico suo che non lo hai mai lasciato. La curatrice e sua assistente personale Simona Cesana lo spiega così: “Ugo la Pietra nasce pittore alla fine degli anni Cinquanta; frequentava l’ambiente di Brera, collaborava con Lucio Fontana. Ma chiamarlo soltanto pittore è riduttivo: La Pietra è soprattutto un grandissimo ricercatore nella pittura ma anche nella comunicazione; si forma come architetto, è musicista autodidatta. È un artista che sta nel suo tempo, attento a quello che gli capita attorno. Negli anni Sessanta forma con Arturo Vermi, che è un pittore più volte esposto da questa galleria, il gruppo del Cenobio. Sono pittori semplici: attraverso il segno raccontavano quello che vedevano attorno a sé. Facevano un lavoro concettuale di elaborazione di quanto accadeva nella società. Negli anni Ottanta indagò in particolare l’ambiente urbano, negli anni Novanta il tema verde, i giardini. Se osserviamo le tele di questa mostra vediamo un segno che diventa texture, tessitura. Da lontano sembra una mappa, da vicino, con un’altra messa a fuoco, emergono mondi infiniti. È la mia prima curatela per lui: è stato un onore e un piacere. Mi sono trovata a interpretare il suo pensiero molto facilmente: sapevo come avrebbe voluto esporre, cosa avrebbe preferito far relazionare con i “libri aperti in ceramica”. È stata una trasposizione del suo pensiero attraverso di me”.

L’esposizione si compone infatti di tele del periodo compreso tra il 2006 e il 2019, alcuni lavori storici del Cenobio, risalenti agli anni Sessanta, dove si scorgono i germi dello sviluppo espressivo futuro, e anche alcune opere materiche. “Le ceramiche sono un medium molto amato da La Pietra – aggiunge ancora Cesana – La materia è stata fondamentale per lui. Diceva “Mi coltivo dei miei giardini privati in queste ceramiche””.

Il culmine della sua ricerca è dunque il conseguimento di uno spazio armonioso, potremmo dire di pace, dove uomo e natura si compenetrano senza confliggere e il flusso continuo di caotici paesaggi urbani diventa onda collinare, panorama onirico. Ma il suo contributo alla storia italiana dell’arte e del design in 50 anni di attività è stato ciclopico. La sua arte concettuale ha sempre precorso i tempi di molto: i suoi segni randomici, che disturbavano il sistema, degli anni Sessanta, fino all’elaborazione della teoria del sistema disequilibrante, l’intuizione cioè che tutti quanti assorbiamo delle regole sociali senza rendercene conto – lo stesso sistema dell’arte lo fa – da cui l’impegno di realizzare opere, strumenti e ricerche per provare a darci un punto di vista differente; l’uso coraggioso e spinto di materiali nuovi, nell’arte e nell’architettura, fino al cosiddetto design radicale. Anticipatore della dottrina dell’arredo urbano attraverso il suo slancio ad abitare la città con forme di creatività libera; ideatore della celebre casa telematica del 1983; impegnato soprattutto negli anni Duemila a rivendicare la dignità dell’artigianato fatto ad arte. Per non parlare della musica e del cinema, delle innumerevoli pubblicazioni e conduzioni di riviste di settore, della cattedra a Brera e, sul territorio, dell’Istituto Statale d’Arte di Monza, dove insegnò con grande sperimentalità. Un suo ex allievo presente all’inaugurazione della personale lo ha testimoniato raccontando curiosi aneddoti della vita di classe. Un artista infinito che vale davvero la pena di conoscere. 

Chiosa così la presentazione dell’artista in mostra, la gallerista Daniela Porta: “Questi territori sono i nostri territori. Questi segni, che già riscontriamo nelle tele degli anni Sessanta, sono i nostri segni, sono i nostri sogni. Non lasciamoci sfuggire la dimensione poetica di questi quadri”.

Foto Elena Borravicchio

Info:
“La mia territorialità. Itinerari di ricerca attraverso il segno”
Leo Galleries
via de Gradi 10, Monza
Orari di apertura:mar-ven 15-19 sabato 10-13 / 15-19
Giovedì 5 marzo alle 21, incontro con l’artista
La mostra resta aperta fino al 7 marzo 2020

Elena Borravicchio

Elena Borravicchio

Laureata in Filosofia, giornalista pubblicista, moglie, mamma. È di Torino ma vive a Monza, dopo un periodo in Brasile e un altro ad Abu Dhabi. Ha una passione connaturata per la scrittura, suo canale espressivo privilegiato, insieme alla danza e alla fotografia. Ama il teatro, l'arte, la musica e tutto ciò che fa vibrare l'anima. È nelle librerie il suo primo romanzo, “Guardandoti ballare”.

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