Lo spettacolo analizza la scelta radicale di diciotto ragazze del Massachusetts di affrontare una maternità condivisa come forma di protesta. Marta Cuscunà porta in scena il conflitto tra generazioni e la tossicità di un sistema patriarcale ormai anacronistico. Il dibattito successivo con gli studenti ha evidenziato l’urgenza di una nuova educazione ai sentimenti e alla parità. Emerge chiaramente il desiderio dei giovani di abbattere i falsi valori del mondo adulto per reinventare la socialità. Un invito profondo a ripensare il maschile e a costruire spazi di libertà lontani da modelli oppressivi.
Monza, Italia.
Lo spettacolo di Marta Cuscunà scuote le coscienze partendo da un incredibile fatto di cronaca: la gravidanza collettiva di diciotto adolescenti. Attraverso l’uso di teste animatroniche, l’artista mette a nudo le fragilità della società contemporanea e il fallimento dei modelli educativi tradizionali. Un’opera necessaria per riflettere sulle dinamiche di genere e sulla ricerca di un futuro autentico.

Lo scenario e i protagonisti
Nel nero della scena, due schiere di teste mozze. Da una parte gli adulti: i genitori, il preside, l’infermiera della scuola. Dall’altra i giovani maschi, i padri adolescenti. Sono tutti appesi come trofei di caccia, inchiodati con le spalle al muro da una vicenda che li ha trovati impreparati. I fatti sono realmente accaduti nella scuola superiore di Gloucester, in Massachusetts. Diciotto ragazze incinte contemporaneamente – numero quattro volte sopra la media – e non per tutte sembra trattarsi di un incidente. Alcune delle giovani avrebbero pianificato insieme la loro gravidanza, come parte di un patto segreto, per crescere i bambini in una specie di comune femminile.

Un patto contro il femminicidio
Giornalisti da ogni dove accorrono nel tentativo di trovare una spiegazione per un patto di maternità così sconvolgente: una di loro confessa di aver voluto creare un piccolo mondo nuovo dopo aver assistito a un femminicidio… Un patto sconvolgente, un atto di estrema difesa, maturata in quell’età che confina tra adolescenza ed adultità. La domanda che aleggia nell’aria è: ma gli adulti mentono sempre? Perché hanno definito un mondo incongruo e falsamente corrispondente, in disarmonia tra narrato e vissuto.

La rivolta contro il patriarcato
L’atto compiuto dalle diciotto ragazze si delinea come rivolta anarchica, con una tristezza nel cuore caratterizzata dal titolo dello spettacolo, un sorry boys comprensivo di un lasciare indietro e nel contempo un richiedere al mondo maschile di ripensarsi. E’ tra queste domande che il maleodorante patriarcato si materializza come tale, tra rapporti tossici ed il crearsi un sopralzo sociale ottenuto calpestando l’altro, l’altra.

Il confronto con le nuove generazioni
Interessante poi il successivo incontro di Marta Cuscunà con gli allievi del Corso di critica teatrale e con il pubblico: domande e considerazioni di alto livello. E’ decisamente incoraggiante sentire la richiesta di un’educazione ai sentimenti, di voglia di confronto su parità ed uguaglianza, di superamento della tossicità patriarcale che avvelena per tutti i pozzi. Una vera luce in fondo al tunnel dei vari Vannacci, di inquisitori e repressori che cercano di fermare la naturale propensione ad un futuro migliore delle nuove generazioni.

Reinventare la dimensione sentimentale
Il potere di definire le cose ed il coraggio di essere coerenti nel volerle portare avanti fanno ancora paura. Davanti all’incoerenza ed alle falsità del mondo adulto che vende come granitiche realtà valori come legalità, famiglia, onore, patria, vissuti in maniera opposta, sia in famiglia che nel sociale le ragazze provano a desiderare un piccolo mondo nuovo. Alla fine dell’incontro una domanda di un ragazzo fornisce la possibilità di scoprire compagni d’avventura nel reinventarsi una nuova dimensione sentimentale (e quindi anche sociale… si pensi a quanto condizioni socialmente la cultura porno). Marta ricorda il sito MICA Macho, una delle realtà auto realizzate proprio a questo scopo.
Buona ricerca a tutti e tutte
Testo Pippo Biassoni
Photo @Daniele Borghello, courtesy of Ufficio Stampa Teatro Manzoni Monza



