Sulle tavole del palcoscenico, come nella via, c’è tutto: dalla commedia al dramma, dalla farsa all’impegno civile. E “Acciao liquido” rientra in quest’Ultimo caso per ricordarci, in modo scientificamente gradevole, che il giusto guadagno non deve prendere, e bruciare, la vita degli altri.
Milano, Italia.
Ci sono degli avvenimenti che fermano il tempo, che esulano dalla mera cronaca, e riflettono valori universali dell’uomo e dell’esistenza collettiva. L’arte è l’unico linguaggio capace di raccontarli. Al teatro Franco Parenti è di scena la passione civile degli omicidi sul lavoro con l’opera Acciaio Liquido. I fatti sono avvenuti nel 2007 in una nota acciaieria di Torino, ma il tema è ricorrente e ancora troppo attuale per poterlo dimenticare. Sotto il governo lucido di un capitalismo a volte sfrenato, frutto di una cinica logica del profitto, si preferisce rischiare sulla vita di molti per gli interessi di pochi. I protagonisti della vicenda sono vittime e carnefici, schiavi chiaramente consapevoli, incapaci di rivendicare quei diritti essenziali troppo difficili da conquistare. Il tempo è fermo, il conflitto si accende e le opinioni si fanno sempre più contrastanti.
I protagonisti sono prigionieri dei loro ruoli, uomini portatori ognuno di una verità. Ma quale seguire? Di Stefano tratteggia il dramma, Lara Franceschetti rappresenta le dure scelte, le promesse, gli affetti e i sogni che ognuno spera ancora di realizzare. Nelle figure dei sette operai, dei manager e delle famiglie è incarnata la realtà di una società “liquida”, destabilizzata da precarie condizioni contrattuali e da incerti fondamenti etici dove tutto è reso instabile in assenza di una vera coscienza. La scena si squarcia sotto lampi di luce e contrasti d’ombre magistralmente definite dal curatore luci Giuliano Bottacin modellando uno spazio geometrico e plasmabile, freddo e metallico. I profili mutano e le anime vivono in una continua tensione. Lo spettatore vive lo strazio interiore della tragedia. Si sente impotente di fronte a quegli uomini vittime di un riflesso incondizionato che contorce i corpi a terra inermi, nudi come vermi nel loro ultimo sussulto di vita. “Inorridite al mio strazio – in polvere, cado – alla mia agonia destinata a durare millenni”. Lo spettatore viene scosso, il tempo si ferma e le verità si trasformano in dubbi.
Marco Barbagallo




