Si chiama professione? No, non c’è un vero e proprio ruolo, fede, dedizione, amore verso la musica a cui si appartiene, parte di quelle note che forse ognuno di noi abbiamo dentro, la natura ha tutta la musica che esiste, perché la musica come tutte le bellezze del creato è racchiusa in tutti i misteri che Dio gelosamente custodisce

Milano, Italia.
La magia delle note che si diffondono attraverso uno degli strumenti più nobili, come il pianoforte, illumina chi lo suona, ma soprattutto chi lo ascolta, la musica alta è intima e quieta, ma allo stesso tempo capace di grandi contrasti, tormenti, emozioni in movimento.
Claudio Abbado diceva: “La Musica è la nostra cura” Pietro De Maria ha proprio questa capacità di trasmettere meravigliosamente la musica che cura, ti permette davvero di riempire i solchi dell’anima mentre suona.
Pietro De Maria è uno di quegli artisti che senza alcun dubbio ci ha aiutato ad entrare nel pensiero chopiniano, una guida all’ascolto del poeta del pianoforte, compositore capace di trasmettere nella sua musica uno stato di grazia, ma fa anche di più, ad avvicinare un giovane alla poesia, alla musica, in quella forma di affetto sorprendente.
Il suo repertorio spazia da Bach a Ligeti ed è il primo pianista italiano ad aver eseguito pubblicamente l’integrale delle opere di Chopin. Ha conquistato numerosi riconoscimenti dalla critica internazionale, tra cui le 5 stelle di Diapason, di International Piano e di Amadeus. Pietro De Maria è Accademico di Santa Cecilia e insegna al Mozarteum di Salisburgo. È nel team di docenti del progetto La Scuola di Maria Tipo organizzato dall’Accademia di Musica di Pinerolo.
Musica ed emozioni sono intrecciate in maniera indissolubile, e dentro ad ogni melodia c’è una buona dose di istintività, (espressione artistica) che c’è anche da parte di chi esegue il brano, tutto questo quanto è determinante per catturare l’attenzione del pubblico, la tecnica perfetta non basta per eseguire un brano in maniera eccellente, perché eccellente non è felice. La sola tecnica serve ad affermare esclusivamente la propria capacità?
La tecnica in sé non ha valore assoluto. È solo uno strumento che ci permette di dar voce ai segni scritti sullo spartito ma non è sufficiente per dare un’emozione. Una recensione del Boston Globe che mi fece particolarmente piacere diceva che sono un vero virtuoso, perché non ostento la mia tecnica, ma ho i mezzi per fare ciò che voglio. Aggiungo che questi mezzi devono solo servire per veicolare un messaggio musicale altrimenti il virtuosismo diventa fine a sé stesso. Una volta che abbiamo cercato di dare un senso al testo del compositore, l’istintività è molto importante e a volte è proprio il contatto con il pubblico che ci permette di esprimerci al meglio e di affidarci all’istinto. Il pubblico è parte attiva di un concerto e grazie ad un certo tipo di ascolto concentrato degli ascoltatori riceviamo energia e a volte riusciamo ad andare oltre noi stessi.
Maestro lei ha certamente una tecnica e una cultura musicale straordinaria, il controllo della tecnica è frutto di un ripetersi, quante ore si dedica al suo strumento per l’interpretazione dei suoi complessi brani.
Ci sono momenti nella crescita di un pianista in cui è necessario studiare in maniera molto approfondita e per tante ore. Adesso il lavoro più importante diventa quello legato alle scelte interpretative.
Concentrandosi sulla parola “ Pianista” il pianoforte è la sua voce umana, in quale direzione bisogna procedere per accostarsi alla musica classica, se dovessimo considerare la differenza oltre la preparazione, quali sono i suoi consigli per diventare un pianista classico solista di successo?
Premettendo che non esiste una ricetta universale o un vademecum per il pianista di successo, direi che, prima di tutto, si debba avvertire la necessità di esprimersi attraverso questo linguaggio, nutrirsi della bellezza e non desistere di fronte alle difficoltà. Per me la musica è una necessità interiore. Poi ritengo molto importante confrontarsi con la musica del nostro tempo, perché ci dà uno sguardo diverso quando affrontiamo i grandi classici, e l’esperienza della musica d’insieme: abbiamo tanto da imparare dai nostri colleghi che suonano strumenti ad arco o a fiato, oppure dai cantanti!
In un suo prezioso concerto; è un viaggio nel viaggio nelle Sonate di Beethoven, (IV concerto) ne alimenta la leggenda musicale del grande genio, di certo visionario e innamorato del romanticismo Perché la necessità di questo sguardo?
Fin da ragazzo ho sempre pensato che come pianista, come interprete e, adesso, anche come insegnante, ad un certo punto del mio percorso, non avrei potuto esimermi dall’affrontare l’integrale delle Sonate di Beethoven. Sono felice di portare a conclusione questo grande progetto, anche grazie all’Unione Musicale di Torino, di aver avuto il coraggio e l’opportunità di entrare nel profondo del messaggio Beethoveniano attraverso questo viaggio che non è stato lineare, cronologico. In ogni concerto ho riproposto una scelta di Sonate che rappresentasse lo sviluppo del linguaggio espressivo di Beethoven, dunque un viaggio nel viaggio come diceva lei.
Il nostro Paese possiede un patrimonio immenso legato alla sua musica colta o classica che dir si voglia. Abbiamo inventato l’Opera, l’Italia è il paese della musica! Siamo stati un popolo di navigatori dell’arte, ma di fronte alla scena musicale contemporanea della musica classica c’è una diffusione trascurata, oggi appare difficile coinvolgere i giovani, un dato che rappresenta la scarsa cultura musicale degli italiani. Quali sono le maggiori responsabilità di questa situazione? Qual è la sua personale visione per allentare questa chiusura?
Ho recentemente assistito ad una tavola rotonda in cui si affrontava proprio questo problema con gli addetti del settore: organizzatori di concerti, agenzie artistiche e musicisti. Io direi che il grande lavoro che andrebbe fatto per promuovere la cultura e la musica in particolare, dovrebbe partire dalla scuola, ma dalle elementari se non addirittura dall’asilo! Tra l’altro è stato ampiamente dimostrato che la pratica di uno strumento mette in moto aree del cervello che solitamente non utilizziamo, oltre ad insegnarci disciplina, ascolto degli altri e di se stessi, coordinazione psicomotoria. Ma forse è proprio una delle ragioni per le quali i nostri politici non vogliono la musica nelle scuole. Il mondo delle stagioni concertistiche, in molti casi, si è aperto all’organizzazione di iniziative per coinvolgere bambini, famiglie e scolaresche che, talvolta, danno buoni frutti. Credo sia importante perseverare e non aspettarsi risultati importanti a breve termine ma continuare in questa “missione” con la certezza che l’essere umano nella sua essenza ha l’esigenza di esprimersi attraverso la bellezza, attraverso la cultura e c’è solo bisogno di indicargli la strada.
Le pongo la mia domanda di rito: qual è il suggerimento che i suoi genitori le hanno dato per sostenerLa nella vita?
Pur non essendo musicisti non mi hanno mai ostacolato nelle mie scelte e hanno creduto in me. Poi mi hanno fatto capire che la musica non è niente se separata dalla vita.
Foto Curtsey Lorenzo of Baldrighi Artist Manager




