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Marocco: viaggio nel deserto, viaggio dell’anima

Un racconto di viaggio introspettivo nel deserto del Sahara, in un Marocco esotico e lontano che affascina e rapisce il cuore di chi c’è stato: un viaggio nello spazio e nel tempo, attraverso l’Atlante, per arrivare a Erg Chigaga, il complesso di dune a sud della città di Zagora, a pochi chilometri dal confine algerino. Tra hotel di lusso, viaggi in fuoristrada, notti stellate e l’immensità del deserto.


Marrakech, Marocco.
Esiste un Marocco spirituale, quello dove i canti del Muezzin si propagano nelle piazze dei villaggi e tra i vicoli delle antiche città imperiali: vibrazioni che immediatamente proiettano la mente all’infinità dell’universo e alla straordinaria consapevolezza di vivere all’interno di un cosmo ordinato, frutto della maestria di un artista universale, e alla conseguente sensazione di essere in pace con sé stessi benché, o forse proprio perché, piccoli e insignificanti di fronte all’incommensurabile.
Una sensazione mistica che nelle condizioni opportune non ha bisogno di canti, né di strutture, né tantomeno di parole. È di queste condizioni che siamo andati alla ricerca in questo nostro viaggio nella terra nel Maghreb occidentale. Volevamo un luogo che parlasse direttamente all’anima senza il bisogno di parole, solo perdendosi all’interno di esso come in un grembo.

“Facendosi il mondo deserto del corpo, mostrava l’anima in tutto il suo bagliore” (cit. berbera).
Questa frase, che racchiude la saggezza dei nomadi, fu la mia ispirazione prima del viaggio: decisi che il deserto era il posto giusto anche solo per assaggiare quel barlume di spiritualità di cui volevo nutrire me e mio figlio.
Sarebbe stato il primo deserto per mio figlio decenne, e il primo Sahara per me. A lungo immaginato, a lungo anelato, il deserto dei deserti, l’eco del cui nome si amplificava nella mente intrecciandosi a ricordi di hollywoodiana memoria, ci stava chiamando.
In qualità di neofiti, volevo fosse un deserto vero ma addomesticato.
In qualità di mistici della domenica, volevo un silenzio programmabile.
Non cercavo l’avventura della vita. Non era un pellegrinaggio il nostro, perché quel termine implicava tempi biblici e l’incertezza dell’arrivo. Cercavo, per noi, una sintesi: un battesimo del deserto che regalasse un batticuore controllato, l’esperienza dell’incanto, una sorta di viaggio pedagogico alla ri-scoperta del valore dell’introspezione.

Così scelsi il Marocco, o forse fu il Marocco a scegliere me. Poi rivolsi la mia attenzione al complesso di dune dell’Erg Chigaga. Sufficientemente lontano dai luoghi del turismo mordi e fuggi e al contempo raggiungibile senza doversi trasformare in provetti Indiana Jones, rappresentava la giusta via di mezzo: prometteva paesaggi indimenticabili, notti stellate e soprattutto una quantità di turisti limitata.
Definita la meta, restava solo l’organizzazione conseguente. Mi affidai a Mohamed, proprietario e fondatore di The Smart Adventure. Insieme a lui concordai tappe, tempi, modalità e spostamenti, e alla sua agenzia affidai l’incombenza della prenotazione degli hotel, del campo tendato per la notte nel deserto, dell’organizzazione dei pasti e di tutte quelle cose materiali a cui non volevo pensare.

Da Marrakech a M’Hamid: un viaggio nel viaggio


Il mattino a Marrakech, ad attenderci pazienti, Mohamed e Soufiane, il boss e il suo fedele scudiero. Mohamed avrebbe supervisionato la riuscita del viaggio da remoto, scrivendomi ogni giorno per verificare di persona che tutto andasse bene, mentre Soufiane, da semplice autista, si è trasformato presto in un fidato compagno di viaggio, con cui passare le lunghe ore in auto e con cui condividere racconti, aneddoti ed emozioni.

Il viaggio dall’aeroporto a M’Hamid El Ghizlane, la porta del deserto a sud di Zagora, è decisamente un viaggio nel viaggio. Dieci ore d’automobile, all’apparenza interminabili, che tuttavia sono parte integrante del viaggio. Necessarie per prendere contatto, seppur da un sedile dietro a un finestrino, con l’immensità del Marocco, con la sua incredibile differenziazione interna, che è assieme differenziazione geografica e sociale. In qualche centinaio di chilometri si attraversano il caos di Marrakech, gli isolati passi montani dell’Atlante, e poi ancora i territori che un tempo furono dei beduini, con caravanserragli, antiche kasbah e villaggi edificati con fango e paglia. E poi ancora canyon scavati da fiumi stagionali, immense pietraie, uomini e donne a dorso d’asino, l’incontro fugace con venditori su banchetti improvvisati ai bordi della strada, che dispensano barattoli di miele, minerali, datteri e paccottiglie varie, o con i camionisti marocchini, con cui bere un caffè con vista a 2500 metri d’altitudine su uno sgabello di plastica sbilenco con un furgone come autogrill, una macchinetta del caffè a cialde, e soprattutto i sorrisi, la curiosità e l’affabilità della gente del Marocco.

Si arriva a M’Hamid El Ghizlane che è già buio. All’Hotel Kasbah Sahara ci attendono per la cena a bordo piscina. La magia dell’accoglienza marocchina inizia così, tra la piacevole brezza della sera, un caldo tajine di manzo e un bicchiere di vino rosso di Meknes.

Battesimo del deserto: le dune di Erg Chigaga


M’Hamid El Ghizlane, piccolo villaggio nel deserto alla periferia estrema del Marocco, adagiato sulle sponde del fiume Draa, il più lungo e importante del Paese, è un avamposto a pochi chilometri dal confine con l’Algeria, crocevia dove per secoli hanno transitato centinaia di migliaia di carovane che facevano la spola tra Marrakech e Timbuctu. Ancora oggi è un luogo d’incontro tra nomadi e stanziali, tra cultura berbera e araba, dove il richiamo rumoroso della modernità si fa flebile.
M’Hamid è una porta per il deserto, un confine poroso che si mostra nella sua potenza nel momento stesso in cui lo si attraversa. Quando la strada principale s’interrompe, e insieme a essa anche i cavi dell’elettricità, i fili del telefono, la sensazione di cesura è forte. Da questo momento comincia il deserto vero e proprio, le strade diventano piste, i cartelli stradali divengono astri.

Ed è questa porta simbolica che varchiamo il mattino seguente. Sarà Abdul a scortarci fino alle dune di Erg Chigaga, attraverso distese di pietre scure, arbusti che si fanno via via sempre più piccoli e radi, accampamenti nomadi, oasi circondate da rigogliosi palmeti, capre e dromedari a piede libero. Siamo sul tracciato della Parigi-Dakar, quella originale, prima che venisse trasferita in Arabia Saudita, e i resti di un veicolo abbandonato ci ricordano che qui, alla fine, il deserto vince sempre.

Due ore di percorso in fuoristrada sono il modo più rapido per coprire i 60 km che separano M’Hamid dal deserto sabbioso e dalle spettacolari dune dell’Erg Chigaga, che a un certo punto intravediamo in lontananza, come piccole montagne su uno sfondo pianeggiante a cui lentamente ci avviciniamo.
Al campo tendato “luxury” gli ospiti sono pochissimi. Erg Chigaga, in generale, proprio per la distanza da M’Hamid e l’accessibilità più complessa, promette un’esperienza più intima e privata rispetto all’altro hotspot marocchino nel deserto, Erg Chebbi, soprattutto se si evitano i periodi di alta stagione. Siamo a novembre, il clima è perfetto, di giorno il caldo è piacevole, il vento accarezza il viso, mentre il turbante ci protegge dalla sabbia, dai raggi del sole e, soprattutto, dalle mosche, che possono essere davvero assillanti, e con le quali bisogna imparare a convivere.

Il problema principale per il turista occidentale, abituato alla malsana frenesia del mondo da cui proviene, poco avvezzo a vivere il dolce far nulla come una benedizione, cerca di riempire i tempi vuoti con mille attività, che ovviamente ogni campo nel deserto propone ai suoi ospiti. Dai giri in quad sulle dune al surf sulla sabbia, ce n’è per tutti i gusti. Eppure c’è spazio anche per la contemplazione. Ci muoviamo tra le dune, proviamo a rallentare lasciando lo sguardo fluttuante, cercando di riappropriarci del nostro tempo. Ci aggreghiamo a una comitiva e con i dromedari ci avviciniamo alle dune più alte e maestose, le cui morbide curve si accendono all’approssimarsi del tramonto. A piedi nudi nella sabbia, con lo sguardo rivolto a ponente, non cerchiamo parole in eccesso. Ci guardiamo, osserviamo il mondo e ci accorgiamo che quel che ci serve sta tutto lì.

Poi è un lento incedere verso la notte. Dapprima la cena, seguita dal rituale consolidato dei canti berberi intorno al fuoco. Decidiamo di non partecipare, restiamo in disparte vicino alla tenda, stomaco pieno e cuore gonfio, fino a che arriva il momento di veder le stelle, cercare il buio, quello vero, non appesantito dal particolato urbano e dalla luminosità tentacolare della megalopoli padana. C’incamminiamo, torce accese, verso l’oscurità e, trovato il punto giusto, sdraiati sulla sabbia fresca, senza più suoni né luci, improvvisamente siamo al cospetto di Dio. E ogni cosa svanisce, scompare ogni pensiero. Siamo solo minuscoli esseri a osservare un dipinto in cui pianeti luminosi, stelle lontane e galassie vorticanti danzano incuranti della nostra meraviglia.

Al risveglio è ancora impressa sulla retina l’immagine onirica della notte sahariana. Infreddoliti, con indosso un maglione, andiamo in cima a una duna per ammirare l’alba, la nascita di un nuovo giorno. Per mio figlio, che oggi festeggia il compleanno, sarà anche la nascita di un nuovo anno: appena undicenne, ricorderà questo momento per lunghi anni a venire.

Il lento ritorno alla civiltà, tra Ourzazate e Marrakech


Ritorniamo a M’Hamid il giorno dopo, sentendoci ancora in sintonia con l’universo. La giornata scorre lentamente, tra un caffè sorseggiato sui tavolini insabbiati di un bar ai margini del villaggio, le grida gioiose dei bambini che giocano tra le stradine polverose, i carri stracolmi di paglia che vanno chissà dove e poi, naturalmente, un tuffo in piscina, tra una chiacchiera leggera, una riflessione sul senso della vita e il gusto dolcissimo dell’uva, che chicco dopo chicco, assaporiamo nel tiepido silenzio del sud.

È il preludio del rientro. Un limbo di pace prima di imboccare la strada in senso contrario, ripercorrere a ritroso la via che ci ha portati qui, dal deserto alle montagne, sulla via delle kasbah. Questa volta spezziamo il viaggio a Ourzazate, la Ouallywood del deserto, città dalla vocazione commerciale che dagli anni ’50 del secolo scorso è diventata set cinematografico di numerosi film di livello planetario. In questo senso imperdibili sono gli Atlas Film Corporation Studio, dove nacquero film culto come “I gioielli del Nilo”; la Kasbah di Taourirt, patrimonio dell’Unesco e senz’altro una delle meglio conservate cittadelle fortificate di tutto il Marocco, è stata location per film come “Il Gladiatore” o “Il tè nel deserto”. Altra kasbah dalla bellezza disarmante è Aït Benhaddou, un po’ defilata rispetto alla città, set cinematografico di produzioni di livello, tra cui la serie “Il trono di Spade”.

Ourzazate è una specie di pit stop. Lei sola meriterebbe qualche giorno in più. Ma il tempo, si sa, è tiranno, e il momento di tornare si avvicina. Marrakech dista poche ore d’auto, e nel primo pomeriggio siamo al Riad Hasna Espi & Spa, oasi di silenzio e pace nella bolgia della città rossa, che sta al deserto come il giorno sta alla notte. Una città che brulica di vita, fa rumore, si fa sentire, ti chiede di accompagnarla nei suoi meandri e lasciarti guidare dalla follia che la pervade. Passeremo qui due giorni, e saranno quasi sufficienti per annichilire il ricordo del Sahara. Ne resterà tuttavia sempre un’eco: tra i vicoli più silenziosi o in cima alle terrazze di piazza Jamaa El Fna, sorseggiando un succo d’arancia, al canto del Muezzin, una voce lontana ci ricorderà che quel mondo di pace, quel deserto che abbiamo sognato, anelato, desiderato, esiste davvero.

Tour nel deserto: informazioni pratiche e consigli utili
  • Il Marocco si gira in autonomia con facilità. Tuttavia arrivare a M’Hamid con i mezzi pubblici è complicato e, soprattutto se non si hanno molti giorni a disposizione, l’ideale è andarci in automobile.
  • Affidarsi a un’agenzia che organizzi il trasporto con autista è comodo, soprattutto se non si hanno molti giorni a disposizione. In particolare, i costi sono, se paragonati a quelli italiani, decisamente abbordabili. Inoltre, a meno di spezzare il viaggio in varie tappe, guidare molte ore potrebbe non essere una scelta saggia.
  • Per chi tuttavia volesse noleggiare un’auto, nessun problema. Guidare in Marocco è semplice, Le strade sono belle, muoversi a Marrakech è complesso solo nelle ore di punta, le strade di montagna sono ben asfaltate e i cartelli stradali più che sufficienti per non perdersi. Bisogna fare attenzione ai limiti di velocità, specialmente quelli che indicano i 60 km/h, in quanto i controlli di polizia sono numerosi. Un occhio particolare anche vicino ai villaggi, per la presenza di persone e animali sui bordi della strada. Guidare la notte, specialmente verso sud, richiede molta attenzione, in quanto la luminosità delle strade lascia a desiderare.
  • L’agenzia di cui ci siamo avvalsi si chiama The Smart Adventure e organizza tour su misura privati e gite di vario tipo, anche di gruppo, in tutto il Marocco. Nei tour privati si occupano di ogni cosa, dagli spostamenti con autista privato alla prenotazione degli hotel, dei pasti e delle escursioni. Tuttavia è possibile prenotare autonomamente gli alloggi e le escursioni e avvalersi solo dell’autista, per tutto il viaggio o solo per una parte. Massima flessibilità, insomma.
  • A titolo esemplificativo, il nostro viaggio è costato poco più di 2200 euro, comprendendo tre notti in hotel con piscina e suite familiare e una notte in un campo tendato di lusso, oltre ad automobile con autista per 4 giorni e mezzo (Soufiane ci ha accompagnato fino al riad di Marrakech, che avevamo prenotato in autonomia), ingressi a kasbah e musei, una guida privata alla kasbah di Taourirt, l’escursione in fuoristrada fino a Erg Chigaga e tutti i pasti.
    Photo Ivan Burroni


Ivan Burroni

Ivan Burroni

Personaggio dai mille interessi, la maggior parte dei quali ha una vita breve quanto quella di una farfalla Effimera. In mezzo al marasma di entusiasmo per le cose della vita tuttavia esistono delle costanti, tra le quali il viaggio e la scrittura. Sogna di unire alle sue due passioni anche l’altro grande amore: quello per la sociologia e lo studio dell’uomo. Cosa ama fare in vacanza? Affittare una vespa e girare senza meta, perdersi nella giungla cittadina o nella natura inesplorata di un luogo esotico e registrare impressioni su carta, magari su un tavolino che dà direttamente sull’oceano, con un bicchiere di vino in mano e la luce del tramonto che lentamente affievolisce per lasciare il posto all’ebbrezza della notte. Ha fondato il magazine InUnGiorno.com

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