L’Empireo (The Welkin), della pluripremiata drammaturga britannica Lucy Kirkwood, è uno spettacolo diretto da Serena Sinigaglia per riflettere sulle tematiche di genere. Epica, coralità, sfumature tragicomiche, ottimi attori: L’Empireo è tutto questo insieme. Con qualche difetto. In scena dal 27 al 29 marzo, al Teatro Manzoni di Monza.
Monza, Italia.
Da venerdì 27 a domenica 29 marzo arriva al Teatro Manzoni di Monza l’ambiziosa opera L’Empireo, della celebre autrice britannica contemporanea Lucy Kirkwood, con la regia di Serena Sinigaglia.
Serena Sinigaglia
Il pubblico monzese ha apprezzato la regia di Serena Sinigaglia anche nello spettacolo Lisistrata, con Lella Costa, ultimo appuntamento finora del percorso Grande Prosa, che ha calcato le scene del Manzoni, con grande successo, dal 13 al 15 marzo.
Una giuria di dodici matrone
Il dramma, che presenta anche punte di comicità, è ambientato nella realtà rurale dell’Inghilterra nel 1759, anno del passaggio della cometa Halley, e vede protagoniste tredici donne: una accusata di omicidio, che si appella alla sua presunta gravidanza per potersi salvare dalla condanna a morte e dodici chiamate a formare una sorta di giuria cui viene affidato dal giudice il compito di stabilire se l’accusata è effettivamente incinta.

La scena
In una stanza chiusa, fredda e impolverata, le donne, tutte vestite di nero, tutte sedute una accanto all’altra, discutono; c’è chi invoca la forca, chi chiede pietà. L’accusata, Sally, è un personaggio controverso, considerata dalla comunità una poco di buono, perversa, cattiva addirittura. L’unica che si prodiga per salvarle la vita è l’ostetrica del paese, Elizabeth, che vuole andare a fondo della faccenda.
La regia
La regia è particolarissima ed efficace: lo spettacolo si svolge a metà tra recitazione e racconto. I personaggi (19 in tutto, quelli maschili interpretati da Alvise Camozzi e quelli femminili da Giulia Agosta, Matilde Facheris, Viola Marietti, Francesca Muscatello, Marika Pensa, Valeria Perdonò, Bruna Rossi, Arianna Scommegna, Chiara Stoppa, Anahì Traversi, Arianna Verzeletti, Virginia Zini, Sandra Zoccolan) tengono dei fogli in mano e leggono le didascalie in modo che l’azione scenica prenda forma direttamente nella fantasia degli spettatori. Ogni tanto, all’unisono, girano rumorosamente uno di quei fogli bianchi e tutto il processo fa un passo avanti.
Questa interessante forma sperimentale non mortifica le doti degli artisti in scena, anzi le enfatizza, concentrando tutta l’attenzione del pubblico sull’intensità dell’interpretazione.
Il problema sono i contenuti. Molti, anzi troppi. E confusi.
Il testo
Il testo fittissimo di parole, argomenti, cambi di registro, intrecci di dialoghi e rimandi tra le tante donne, di diverso carattere, età e condizione sociale (c’è addirittura una canzone, Running Up The Hill, intonata perfettamente dalle attrici) è frutto del lavoro certosino di traduzione e adattamento di Monica Capuani e Francesco Bianchi e della collaborazione con la regista Serena Sinigaglia.

Versione inglese
Nella versione inglese, più lunga e in costume, la messa in scena del testo della Kirkwook, molto amata da Sinigaglia e tutto il cast, non ha avuto un esito altrettanto felice.
“Il centro tematico di ogni scena devia selvaggiamente tra conflitti personali, riflessioni ideologiche e un tentativo di riunire tutto ciò che accade sul palco sotto un’unica etichetta di “le lotte delle donne”, e semplicemente non funziona – si legge in una community on line – Non funziona perché l’uno mina l’altro: quando passiamo bruscamente da le donne che condividono le loro esperienze di menopausa a una donna che parla di come è stata visitata da Satana a un tentato omicidio sul palco, come dovremmo analizzare tutto questo tematicamente?”.
“The Welkin” sembra una prima bozza, come se Lucy Kirkwood avesse scaricato ogni idea che avesse mai avuto in un documento Word, poi non avesse fatto alcuna modifica prima di spedirlo al teatro. È solo un’opera teatrale fatalmente imperfetta che ha disperatamente bisogno di editing, ma purtroppo è improbabile che ne veda uno in questa fase del gioco“.
E ancora: “Se questo sembra meno un dramma giudiziario e più una soap opera diurna, stai tranquillo: è così che si gioca sul palco! E quasi nessuna di queste rivelazioni ha alcun rapporto con l’esito della trama, o con le idee con cui l’opera teatrale si confronta“.

Femminismo inflazionato
La retorica maschile che si esprime sul corpo delle donne (NB: la gravidanza non è una condizione che riguarda solo il corpo della donna), gli ammiccamenti ironici alla pratica dell’ostetrica di procurare piacere alle pazienti (pratica messa in atto in epoca vittoriana da medici uomini su pazienti donne per trattare l’isteria, un’idea alquanto misogina della donna), lo stesso ribaltamento del personaggio di Elizabeth, all’inizio presentata come una donna integra che partecipa alla giura per evitare che si compia un’ingiustizia e poi si scopre invece essere la madre segreta di Sally, che preferisce ucciderla piuttosto che vederla sottoposta all’impiccagione pubblica sono cavalli di battaglia di un femminismo inflazionato che, mancando di categorie originali, nel tentativo di riabilitare la donna finisce invece per relegarla, di nuovo, a ruoli semplificati e polarizzati, magari di segno opposto.
Effettivamente Sally è colpevole, ma questo passa completamente in secondo piano, schiacciato dalle innumerevoli sfaccettature del testo della Kirkwood, che porta in scena quanti più possibili aspetti del femminile perdendo di vista, talvolta, l’essenziale.
Photo courtesy of Ufficio Stampa Teatro Manzoni Monza



