Secondo lungometraggio del regista bellunese, Francesco Sossai, che omaggia il Veneto in un viaggio intimo raccontando spazi urbanizzati privi di socialità.
Padova, Italia.
Tra strade di provincia e sogni sospesi: un viaggio nel Veneto che non ti aspetti
C’è un Veneto che non finisce sulle cartoline, fatto di strade secondarie, bar di paese e periferie che raccontano più di quanto mostrino. È qui che prende forma il viaggio on the road di Carlobianchi e Dori, due anime rubate al teatro e alla musica, compagni dell’“ultima” bevuta e di un’umanità fragile e irresistibile. Con loro, quasi per caso, il giovane Giulio: uno studente dello IUAV catapultato in un mondo che profuma di anni ’90, di disillusione e di un’ironia tutta veneta, dove ogni giornata potrebbe essere l’ultima — anche se lui non è ancora pronto a crederci.
Carlobianchi (Charles White) e Doriano (Dori), Sergio Romano e Pierpaolo Capovilla nella vita reale, il primo rubato al teatro, il secondo alla musica, sono compagni di bevute, sempre dell’ultima ed in un viaggio on the road, in un veneto rurale, coinvolgono il giovane Giulio (Filippo Scotti di E’ stata la mano di Dio), studente di architettura dello IUAV ancora troppo acerbo per vivere la giornata come se fosse l’ultima (Non c’è mai un’altra volta, Julio!)
Uscito nelle sale venete ad ottobre, il film è stato visto ad oggi da 200.000 spettatori, non tutti veneti a quanto pare, ed è ora disponibile in streaming su Mubi e Amazon Prime. Un viaggio di 100 minuti pieno di contenuti che attraversa la crisi del 2008, la desolazione delle periferie delle province del Veneto, l’overtourism.
La storia percorre le strade di diverse località della pianura padana e dell’entroterra, la provincia di Treviso, di Padova, di Chioggia, il Memoriale Brion di Altivole e Sedico il paese natale del regista. Si sente il forte legame di Sossai con il Veneto che il regista avverte quasi come una condanna: “ Non girerò mai un film altrove” (…)” Tutti i miei sogni sono ambientati lì”.
Il film è locale, ma italiano. Carlobianchi e Dori trasformano il rito del bere in un viaggio attraverso una terra che ormai è solo territorio e nei ricordi di tempi felici vissuti negli anni 90 .
Giulio e gli spettatori ne diventano testimoni.

Sossai e il cinema giapponese
Le scene sono familiari e calde nei colori. Non c’è tensione, tutto è riflessivo. Ad aiutare Sossai in questo sono le scelte tecniche del regista: il film è girato in 35mm e 16mm (pellicola tradizionale), le inquadrature non sono convenzionali. Sossai usa la tecnica del cinema giapponese, di cui è un appassionato: “la Tatami shot”, del regista giapponese Yasujirō Ozu, il più giapponese dei registi giapponesi.
Con l’inquadratura sul tatami, l’inquadratura è all’altezza di una persona seduta sul pavimento tradizionale giapponese, il tatami appunto, Yasujirō Ozu e Sossai negano allo spettatore la possibilità di identificarsi direttamente con i protagonisti e lasciano che diventi testimone delle loro azioni. Tutto assume un punto di vista ravvicinato ma ad una certa distanza. Il film è una combinazione di inquadrature sul tatami e di inquadrature frontali in cui si mostrano direttamente i volti degli attori, volti in primo piano, a volte non belli, che rivolgono il loro sguardo e le loro parole direttamente a noi.
In questo modo tutto è più lento e contemplativo, nessuno prende posizione né lo spettatore né il regista che vuole solo raccontare.
L’eliminazione del brutto e la controimmagine

Francesco Sossai durante una serata organizzata dall’OIKOS di Mestre (VE) racconta:
“Oggi c’è l’attenzione ad eliminare ciò che è considerato brutto o addirittura ad esaltarlo in modo molto accusatorio. Mi colpisce l’immagine di Piazza San Marco con dietro le Dolomiti (fenomeno ottico definito stravedamento, dove in giornate eccezionalmente limpide con aria pulita, le montagne appaiono nitide dietro il Campanile e la città, n.d.r.) che viene utilizzata per svendere tutto al turismo di massa ed eliminando tutto ciò che è nel mezzo. Quando vedo quell’immagine non sembra che mi rappresenti o che rappresenti il luogo che vivo.
Volevo dare una possibilità a chi vive nel mezzo che si vuole dimenticare, di avere una controimmagine per riconoscersi in qualcosa. Senza giudizio, perchè penso che sia abbastanza complesso lo stato del paesaggio veneto e dargli un giudizio sarebbe banale. Ho cercato di creare un processo dentro di me di eliminazione del giudizio.”
Le periferie venete e lo spaesamento sociale
Durante il film i due personaggi raccontano a Giulio il rimpianto di una vita vissuta negli anni 90 prima della crisi del 2008. Carlobianchi e Dori vivono di ricordi, di quando si sfondavano di lumache e polenta al ristorante di Mery ,che non c’è più, e del rapporto con lo storico amico Genio (Andrea Pennacchi), e anche questo rapporto è ormai solo un ricordo.
In realtà in un territorio che non è più terra, ma periferie ed infrastrutture, come racconta il Conte nella splendida Villa Roberti durante la preparazione del cocktail da servire ai tre uomini, che per circostanze fortuite fingono di essere architetti (ma guardatelo il film!), manca tutta la socialità, mancano spazi dove incontrarsi e il bar è l’unico posto vivo ed animato.

L’america e la crisi del 2008
I rimandi alla crisi del 2008 (grande recessione), Il rebound delle banche venete, la perdita di posti di lavoro, sono tantissimi nel film.
La grande recessione americana ha un forte filo conduttore nella pellicola: la canzone “merica, merica” che Krano, cantautore veneto, canta in uno dei locali in cui si fermano i due avventori, il cocktail di gamberi in salsa rosa che per Dori non ha più lo stesso sapore, le ballate country nei locali che frequentano i due sciroccati. Non c’è morale, né giudizio nel film ma si evidenzia un veneto etnocentrico scottato da una crisi economica che con il tempo ha rafforzato politiche populiste ed identitarie e di chiusura verso l’esterno.
Giulio, Carlo e Il Memoriale Brion
Giulio, studente meridionale abbastanza fresco ed alieno, rappresenta la contaminazione, la mescita necessaria all’apertura, la stessa che ha ispirato Carlo Scarpa, architetto e designer veneziano, nel Memoriale Brion contaminando il Veneto con il Giappone.
Nel Memoriale Brion, Carlo Scarpa porta il suo Giappone ad Altivole e crea un orizzonte unico e continuo. Realizza i muri di cinta inclinati di 60 gradi verso l’interno e rialza il terreno creando un effetto di continuità visiva. In questo modo paesaggio circostante e spazio meditativo e riflessivo della Tomba Brion continuano. Lo sguardo va oltre, verso la campagna ai tempi di realizzazione del monumento e verso le periferie contemporanee adesso, lasciando un senso di spaesamento e di svuotamento.
Sossai è vero che vuole solo raccontare senza giudizio, ma raccontando impianta macigni pesanti.
“Quale sarà il tuo prossimo film?” gli abbiamo chiesto.
“Se il primo è stato sul cannibalismo, il secondo sull’alcolismo, il terzo sarà sull’indipendentismo.”
Non avevamo dubbi.
Informazioni di servizio
Le referenze del film in pillole: la grande recessione, i luoghi del film e la colonna sonora.

La Crisi del 2008 dall’America al Veneto
La grande recessione fu una grande crisi economica mondiale che ebbe inizio nel 2006 negli Stati Uniti d’America in seguito alla crisi dei subprime e del mercato immobiliare che produsse a catena una depressione mondiale. Il nome deriva dai subprime, prestiti ad alto rischio finanziario erogati dagli istituti di credito americani in favore di clienti a forte rischio debitorio.
Il Veneto fu una delle regioni più colpite e le imprese locali ebbero un forte calo delle aspettative sui ricavi. Si trovarono di fronte a gravi difficoltà ad ottenere l’accesso al credito a causa di un comportamento troppo prudente delle istituzioni creditizie, rimandando oppure riducendo i nuovi progetti di investimento. L’immediata reazione delle imprese alla crisi fu una revisione al ribasso degli investimenti con conseguenti ripercussioni sulla produttività.
Colonna sonora di Krano, Marco Spigariol
Krano, Marco Spigariol, ha suonato nei Vermillon Sands e nei Movie Star Junkies. Nel 2012 si è ritirato sulle colline di Valdobbiadene per svuotare la mente da qualsiasi cosa che non fosse la sua terra, il Veneto, e ha iniziato a comporre e cantare in dialetto. E’ alla sua prima colonna sonora originale. Il suo sound è libero e dove having the blues non è solo uno stato d’animo ma qualcosa di cui non ti puoi liberare, il cammino di un viandante solitario al fianco di spiriti affini, destinato – inevitabilmente – a bruciare per l’eternità
Info: http://www.krano.it/#page-top.

Il memorial Brion, Fondo FAI
Il Memoriale Brion, donato alFAI da Ennio e Donatella Brion, fu commissionato nel 1969 dalla loro madre Onorina Brion Tomasin, in memoria del marito defunto, Giuseppe Brion, nato a San Vito di Altivole, fondatore e proprietario della Brionvega, azienda di punta nella produzione di apparecchi elettronici di design del secondo Dopoguerra. Ultima opera di Carlo Scarpa, tra le sue più complesse, originali, significative e care, fu realizzata tra 1970 e 1978, anno della morte dell’architetto in Giappone.
Info: https://fondoambiente.it/luoghi/memoriale-brion/.
Bene Fai aperto al pubblico
sede: in via Brioni ad Altivole (TV);
per visite e contatti: tel. 3498781601; email memorialebrion@fondoambiente.it
Ulteriori informazioni al sito web: https://fondoambiente.it/luoghi/memoriale-brion/
Un sorso di Venezia autentica: il richiamo irresistibile del Bacareto da Lele
Se c’è un luogo dove Venezia si concede senza filtri, è il Bacareto da Lele. Un fazzoletto di bacaro affacciato su Campo dei Tolentini dal 1968, minuscolo e sempre affollato, dove il tempo sembra scorrere al ritmo delle ombre versate con gesto sicuro. Qui studenti dello IUAV, professionisti di passaggio e veneziani doc si ritrovano gomito a gomito, uniti da cicchetti fragranti e da quell’atmosfera un po’ anarchica che solo i veri bacari sanno creare. Un bicchiere qui non è solo un bicchiere: è un rito, un invito a lasciarsi andare dentro una Venezia che non posa, ma vive.
Photo courtesy of: Le città di pianura photo by Simone Falso © 2025 Vivo film, Maze Pictures.
Testo Luana Prete




