AMERICAN FOOD 2.0: THE GREAT AMERICAN CHEFS RALLY

Scritto da AGENDAVIAGGI on . Postato in Appuntamenti, Food&Drink

Milano, Italia.
Il 21 luglio si è svolto The Great American Chefs Rally presso Casa America, ospitata nei centrali palazzi milanesi Bovara e Castiglioni, che per tutto il corso di Expo accoglie eventi pubblici e privati organizzati dai partner del Padiglione USA. Le mostre, le conferenze e gli appuntamenti di business matching tra aziende italiane e americane sono organizzati con la collaborazione degli Amici del Padiglione USA Milano 2015 (James Beard Foundation (JBF), l’International Culinary Center (ICC) e la Camera di Commercio Americana in Italia) partner con il Governo nella presenza ufficiale americana all’Expo.

La giornata, dopo un’elegante american breakfast, è iniziata con gli interessanti interventi di chef dal ruolo fortemente istituzionale: Fabrizio Boca, Chef del Quirinale; Cristeta Comerford, Chef della Casa Bianca e Mark Flanagan, Chef di Buckingham Palace. Ogni convivio rappresenta l’occasione di potersi riunire attorno ad un tavolo con familiare o amici, alimentando la creazione di comunità e legami sia affettivi che intellettuali, offrendo l’occasione di poter parlare, discutere, pianificare, talvolta riappacificarsi o sedurre: pensare tutto questo ad un livello più alto, nel mondo della diplomazia internazionale, è stata una intrigante scoperta. I pranzi al Quirinale, ad esempio, essendo incontri “ di lavoro”, si sviluppano in circa 45 minuti all’interno dei quali vengono servite solo tre portate costituite da un primo, un secondo e un dessert, tutti rigorosamente cucinati secondo la tradizione italiana: a tavola, infatti, viene espressa l’identità di un paese e i menu proposti devono necessariamente corrispondere a questa esigenza e l’idea della cucina fusion non passa, quindi, perlomeno, in diplomazia. Senza la paura di sembrare provinciali, al Quirinale i sapori sono quelli più intrinsecamente tipici della cucina italiana, senza sbavature, variazioni sul tema o aggiunte creative: è interessante pensare alla cucina offerta ai vari capi di stato come a un paradigma certo e ricercato della nostra cultura gastronomica della quale sentirsi profondamente orgogliosi.
È stata poi presentata la Fondazione James Beard, un’organizzazione no-profit con sede a New York la cui missione è esaltare, promuovere e rendere onore al patrimonio culinario diversificato dell’America, attraverso numerose iniziative educational mettendo a disposizione degli chef americani lo spazio storico della fondazione al Greenwich Village di New York, per ospitare lezioni, conferenze e un’utile vetrina. Gli americani sono sempre più capaci di noi nel “fare sistema”, soprattutto quando si mettono in campo l’orgoglio nazionale e il business.
Tra gli interventi più interessanti quello di Dorothy Cann Hamilton, ceo di ICC (International Culinary Center, istituzione che offre corsi di expertise culinaria e di educazione enologica con sedi a New York, in California e a Parma), la quale ha sottolineato le caratteristiche local della cucina statunitense asserendo che, forse, tra cent’anni nessuno si ricorderà più dell’esistenza dell’hamburger. Staremo a vedere. Dopo decenni di cultura fast-food che ha invaso anche il più remoto angolo del mondo, anche loro stanno cambiando rotta. Siamo stati noi europei a parlare per primi di territorialità, di stagionalità, di cibi sani e sostenibili e di dieta mediterranea in un passato prossimo in cui bisognava prendere provvedimenti seri contro lo strapotere delle grandi multinazionali della chimica e del food, soprattutto statunitensi. Una difesa che, forse, visti i recenti patti di scambio commerciali firmati, dovremo continuare a monitorare.
Per tutti, grazie alla globalizzazione e ai nuovi mezzi di comunicazione, è stato più semplice aprirsi al mondo, crescendo culturalmente e internazionalizzandosi: noi italiani non siamo più da molto tempo spaghetti/mandolino/tovaglia a quadretti rossa e bianca, come gli americani non sono più solo da fast-food, ma in questo processo non bisognerebbe mai dimenticare il proprio percorso storico e la propria identità.
Il cibo è vita, ma è anche economia e soprattutto marketing. Durante l’incontro si è spesso sentito parlare di cibo come veicolo per aumentare l’offerta turistica di una determinata zona geografica ( in questo caso statunitense), di ristoranti come vere e proprie aziende che producono ricavi interessanti, di imprese del settore dai numeri in forte crescita, di economie del territorio da salvaguardare ma anche di formazione e informazione su “nuovi “modi di nutrirsi, più sani e sostenibili: dietro tutto questo, dagli interventi americani della giornata, vengono posti gli chef, come ambasciatori di un sistema sempre più stretto tra cibo, salute ed economia e come emblemi di un forte cambiamento sociale in atto. Un tempo erano i medici a definire cosa fosse meglio mangiare e gli chef insegnavano il come, ma evidentemente, per incapacità comunicative, i nutrizionisti hanno fallito. Ma la domanda è: gli istituti alberghieri e le note istituzioni culinarie sparse in tutto il mondo riescono a offrire la preparazione culturale e intellettuale necessaria per questi nuovi acclamati “leader”, designati dalla copertina di TIME “The Gods of Food”?
Siamo arrivati a metà del lungo percorso di Expo e il bilancio è certamente positivo per Milano, per gli stati partecipanti e per l’esercito sempre più numeroso di appassionati di enogastronomia. Milano non ci è mai sembrata così viva e interessante, inondata da inaugurazioni di mostre, locali e, soprattutto, eventi sul tema Food, globalmente proposto e analizzato a 360°, ma gli spunti per una continua e dinamica riflessione sulla questione “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita”, non mancano, aumentando, anzi, a ogni occasione.

Alessia Cipolla