Tokyo, come una capricciosa diva hitchockiana, a seconda dell’angolazione di ripresa muove a sentimenti contrastanti: nelle sue strade si leggono insieme l’incuranza e la gentilezza, la passione e la solitudine, ma il risultato del mix è un fascino indifferente quanto inarrivabile.
Giappone.
Da sempre scrivo per passione, ed è anche il mio lavoro. Per raccontare storie che andrebbero perse, per cercare il meglio dell’essere umano. Questo mio itinerario in Giappone, suddiviso in 4 supersteps, non segue comuni modalità da “forzati” del turismo. Non è proprio un viaggio, ma una vacanza. E il leit-motiv è stato: “vedo quello che mi va e non lesino sui metri quadri a mia disposizione”, cosa, quest’ultima, che da quelle parti non è trascurabile. Allora quella terra si svela piena di sorprese, e, perché no, ti fa innamorare.
3° SUPERSTEP
A spasso a Shinjuku e Ginza by night

I buildings delle griffes a Ginza.
Fra le ragioni del business e la ferocia (a volte) della moda, si torna nel movimentato mondo di Tokyo, alla scoperta di luoghi possibili solo qui, mentre scampoli di umanità emergono a rivelarne l’anima molto più complessa. Asciutta nella sua essenzialità, a volte cinica nelle sue necessità, ardita e incurante fra gli equilibri instabili dei grattacieli antisismici e l’andare senza fine delle scale mobili, svela il suo lato gentile: proprio qui è normale fermarsi a ricordare un cane fedele, la folla va di frettissima senza urtarsi e il pavimento della metropolitana viene spolverato con il piumino.

La statua del cane Hachiko a Scramble Crossing.
A Shibuya invece vanno pazzi per le lenti a contatto cosmetiche: ce n’è di tutti i colori per tutti i gusti, e i negozi fanno affari d’oro vendendo questo unico articolo. E poi, c’è Scramble Crossing, l’incrocio più affollato del mondo, attraversato da più di un milione di persone al giorno, come un simbolo di alienazione, mentre sempre lì, la statua in bronzo di Hachiko, il cane più fedele del mondo, continua a commuovere i passanti.

Luna giapponese.
Al viaggio fra i grattacieli che si affollano nell’avveniristica Shinjuku e che si moltiplicano all’infinito nei riflessi taglienti di vetri e acciaio, segue, a Ginza, la scoperta dei buildings delle più note maison di moda, che, arroganti di giorno, sornioni di notte, fanno a gara a conquistare isolati, si innalzano quasi a voler toccare il cielo, ma vengono sorpresi dalla luce della Luna.
Una giornata al Fuji Art Museum

Una sala del FAM.
Una mèta abbastanza sconosciuta ai più, per il fatto che dista quasi due ore dal centro di Tokyo, nonostante Tokyo non abbia un vero centro città, è il FAM, il Fuji Art Museum. L’istituzione raccoglie oltre 30.000 pezzi e la più ricca collezione di opere occidentali fra XV e XX secolo presente in Oriente.
Caratterizzato da un’elegante architettura moderna e ampie sale dove ammirare non solo dipinti, ma bronzi, marmi, mobili di antiquariato e oggetti, con una imponente raccolta d’arte antica orientale e di fotografia giapponese d’epoca, sorge in un zona piena di verde, di fronte a una sede universitaria che ospita studenti da tutte le parti del mondo.

Daisaku Ikeda (1928-2023), fondatore del FAM.
Il FAM di Tokyo vale il viaggio. Fortemente voluto da Daisaku Ikeda, il filosofo giapponese presidente della Soka Gakkai internazionale, ha compiuto i suoi primi quarant’anni di attività di scambio fra culture diverse e sorge di fronte alla Soka University e il relativo campus. Anche questa istituzione è stata voluta da Ikeda: qui i giovani, studenti delle varie discipline, vengono formati sulla base dell’umanesimo buddista, che sostiene la “rivoluzione umana” dell’individuo grazie al costante legame fra maestro e discepolo.

Pieter Brueghel il giovane (1564-1638). “Banchetto nuziale contadino”, olio su tela, 1630.
Al Fuji Art Museum ogni pezzo è stato scelto per il profondo significato che custodisce e non è un caso che accolga il visitatore con il bronzo gigante di Bourdelle raffigurante Ercole concentrato a tirare con l’arco. L’esposizione permanente seleziona una potente carrellata di opere che inizia con la scuola di Leonardo da Vinci e un Rubens, passa da nomi come Canaletto, Brueghel, de la Tour, Turner, Monet e Renoir, fino ad annoverare De Chirico, Warhol ed Haring.

Armatura da Samurai in ferro laccato, pelle e seta, metà periodo Edo (1603-1867).
La mostra a tema, dedicata all’ “Arte del Samurai: la bellezza nel Giappone feudale”, espone armature preziose, gli elmi con le maschere terrificanti per intimorire gli avversari e una importante collezione di inro, le boccette dei medicamenti personali, che il guerriero usava portare alla cintura. Uno speciale focus è infine dedicato alla katana, la formidabile spada forgiata nel fuoco, a richiamare il concetto dello spirito che s’irrobustisce solamente passando per le naturali e inevitabili difficoltà della vita.
IL Sushi perfetto

Scramble Crossing sotto la pioggia.
Non potevamo non cedere alla curiosità del turista per il cibo italiano. Ora che ormai anche la Coca-Cola sembra sapere di pesce, un bel piatto di spaghetti potrebbe incoraggiare il prosieguo del soggiorno. Bene, la risposta è: no, non fatevi illusioni. A parte la pizza, buona anche a Hiroshima data la fortunata circostanza che i gestori del locale hanno ascendenze pugliesi con tanto di olio piccante, pur rispettando la regola nipponica dei 24 cm di diametro imposta non si sa da chi, si raccomanda di diffidare dalle imitazioni. Di qualunque tipo, del resto abbiamo già visto i negozi pieni di sushi finti.

Menù di cibi “occidentali”.
Oggi piove e al famoso incrocio di Shibuya, dove continua incessante il viavai internazionale, scandito da semafori infallibili, notiamo che gli ombrelli sono tutti uguali. Diventa ancora più allettante entrare in un locale caldo, a fare pausa per uno spuntino, e perfetti sono i sushi, quelli veri, nel ristorante tradizionale di pochissime pretese.

Un semplice pranzo giapponese.
Basterebbe questo, tuttavia qualcuno si rifiuta di celare un moto di ribellione. A disposizione dei meno adattabili c’è sempre la catena di street food “addomesticato”, ma anche questo sarebbe troppo facile. Così concordiamo per la peggiore iniziativa che potessimo condividere, cioè confidare nella capacità d’imitazione tipicamente orientale. Il tentativo di cucina italiana si rivela imbarazzante: non solo gli spaghetti al granchio sono incollati di formaggio fuso, ma i nostri fusilli infornati crudi e serviti come snacks vincono l’oscar dello sconcerto.
Ultimo appuntamento la prossima settimana con: Giappone, Diario di Viaggio 4° SUPERSTEP
Photo Paola Biondi




