Nel sistema tecnoeconomico e individualista nel quale siamo immersi è ancora possibile costruire comunità? Se lo chiedono i quattro relatori, rispettivamente esperti di comunicazione, oncologia, neuroscienze e sociologia, invitati da altrettante associazioni del territorio, nel corso di quattro conferenze al Teatro Manzoni e Spazio Manzoni 16, ciascuna introdotta dai giovani talenti del Liceo Musicale Zucchi. Segno che la cultura non è mai scissa dalla bellezza e, forse, è proprio nella bellezza l’antidoto alle derive di inumanità alle quali assistiamo.
Monza, Italia.
Che l’umanità stia andando verso una direzione non proprio felice, “sprofondata per sua stessa mano” – come cantava Ivano Fossati in una celebre canzone – ce n’eravamo accorti un po’ tutti; come porvi rimedio, invece, non è affatto chiaro.
Le giuste domande
Le associazioni Novaluna, Zefiro – Vento di Cultura, Generazione Senior e La Meridiana, in collaborazione con il Comune di Monza e il Liceo Musicale Zucchi, hanno tentato una risposta, o meglio, hanno tentato di porre le giuste domande alla cittadinanza, convenuta al Teatro Manzoni e allo Spazio Manzoni 16 per il ciclo di incontri intitolato UmanaMente, costruire comunità, giunto alla terza edizione.

Le conferenze
Nel corso di quattro conferenze tenute da Diego Passoni il 18 febbraio, Paolo Veronesi il 4 marzo, Andrea Bariselli il 18 marzo e Mauro Magatti il 6 aprile, ci si è interrogati se è proprio vero, come ha sostenuto la assessore alla Cultura Arianna Bettin, che: “Tutte le persone sono un ecosistema che può essere palcoscenico di circoli virtuosi”.
Associazioni beneficiarie
Le serate, il cui ricavato è andato in beneficenza ad altrettante associazioni di Milano, Monza e Villasanta (rispettivamente Casa Arcobaleno, Cadom, Thuja Lab e Hospice San Pietro), sono state una carrellata di personalità e ambiti di competenza dei vari relatori che, interagendo con il pubblico hanno offerto il loro personale punto di vista su cosa sia “costruire comunità”.

Connessi e in ascolto
Il titolo dell’intervento di Diego Passoni, invitato da Novaluna, è stato Connessi e in ascolto: l’energia che ci unisce e cambia il mondo. Pungolato dall’amico giornalista Stefano Paolo Giussani, il conduttore di Radio Deejay (nato a Monza) ha ripercorso la sua storia attraverso vari oggetti che lo riguardavano, mettendosi a nudo con ironia e saggezza. Ciò che lo stesso Passoni ha imparato vivendo è la condizione di “essere sulla soglia: la capacità di accettare una condizione che non ci piace mai, perché noi vorremmo essere di qua o di là. Ma tutte le scommesse della vita si giocano sulla soglia, dove sono ancora aperte tutte le possibilità. Mentre tu vuoi altro poi la vita ti succede”.
Non si può esistere comunità senza che prima esistano individui liberi, consapevoli del loro valore e dei loro desideri (altre perle di Diego Passoni sono state: “Quel silenzio lì (del monastero in cui ha vissuto da ragazzo, ndr) è un angolo in cui tu ti metti e non scappi più. Una delle malattie sociali più grosse è la mancanza di silenzio. Lo stare in silenzio è l’unica condizione mentale ma anche spirituale per ascoltare davvero”, oppure: “Il nostro corpo è l’unica cosa che abbiamo per stare al mondo! Dobbiamo prendercene cura”).
Solo persone educate saranno in grado di prendersi cura le une delle altre facendo comunità e sanare le ferite talvolta inferte in quella che dovrebbe una famiglia ma non lo è: “Famiglia è chi famiglia fa. Come dice la scrittrice Teresa Ciabatti, la famiglia è il primo luogo in cui sperimenti cos’è il potere. La famiglia per il sangue è un concetto mafioso. Dobbiamo decolonizzarci”. Per questo Diego ha scelto come beneficiaria Casa Arcobaleno di Milano, che accoglie i ragazzi cacciati di casa dai genitori per aver fatto coming out, con l’intento di offrire loro non solo un luogo sicuro ma un ambiente di famiglia dove i giovani possano essere liberi anche, perché no?, di sbagliare ogni tanto, come ogni adolescente che si rispetti.

La persona al centro
La sera del 4 marzo, Paolo Veronesi, invitato da Zefiro – Vento di Cultura, ha illustrato “Il sogno di suo padre, a fine anni Ottanta, di creare un centro di eccellenza a misura di persona. Già direttore dell’Istituto dei tumori, che costituiva un’eccellenza nel mondo, ha dovuto lasciare il suo incarico per limiti di età e ha voluto fondare un nuovo istituto di diritto privato, convenzionato, nel 1994, in cui poter dare meglio di sé a 68 anni”. Oggi esiste l’Istituto Europeo di Oncologia 1 e 2, sta nascendo il terzo e poi ci saranno l’IEO 3 e 4.
“Adottiamo un modello singolare: il paziente è al centro. I medici gli girano intorno con un approccio multidisciplinare. Tutti i medici, per ogni singolo caso, si riuniscono e discutono. Per il tumore della mammella, per esempio, di cui mi occupo io, ogni caso singolo viene discusso: il problema genetico, diagnostico, ecc., ancora prima dell’intervento chirurgico.
Abbiamo programmi specializzati per organo (polmone, seno, prostata, …). Il paziente può partecipare a programmi di farmaci innovativi o chirurgia innovativa. In 30 anni c’è stato un grandissimo progresso nella cura, soprattutto nell’immunoterapia e nella terapia a bersaglio molecolare (anticorpi monoclonali); dal 2000 c’è stata una rivoluzione nell’ambito dell’oncologia. L’importante è avere un approccio al paziente sempre positivo: la ricerca è talmente veloce. Mai togliere la speranza.”.
Fare rete
“Sono molto importanti la diagnosi precoce (secondaria) e la prevenzione primaria: riducono significativamente il rischio di ammalarsi. Nell’ultimo anno 1250 tumori sono stati trattati in fase preclinica solo con mammografia ed ecografia, con una guarigione del 99%. Può capitare di sentirsi soli anche nella struttura ospedaliera: per costruire comunità è importante collaborare, esistono centinaia di associazioni di donne operate, Europa donna le mette in rete e organizza eventi in tantissime città italiane; c’è anche una giornata IEO con le donne: il 27 maggio scorso al Teatro Manzoni di Milano si sono incontrate più di 1000 donne operate di tumore. Sono occasioni importanti per sfatare certi miti: abbiamo la possibilità, con i farmaci, di togliere ogni sintomo e restituire una vita di benessere”. Il ricavato della serata è stato devoluto a favore del Cadom, che dà sostegno alle donne vittime di violenza.

Un’antropocene
La conferenza più accattivante è stata L’errore di prospettiva. Il mondo – ed il futuro – visto dalle neuroscienze di Andrea Bariselli. Il noto studioso e autore del podcast e dell’omonimo libro A Wild Mind, invitato il 18 marzo da Generazione Senior, ha illustrato al numerosissimo pubblico del Teatro Manzoni, la storia della civiltà occidentale diretta a tutta velocità verso la rovina. “Il 99% del tempo siamo stati cacciatori, raccoglitori. Anche il nostro sistema fisiologico funziona in rapporto alla natura. Noi abitiamo nelle cosiddette “smart cities” ma il nostro senso dell’udito è passivo: registro tutto e quello che non mi interessa lo scarto, moltiplicato per milioni di volte al giorno è un incredibile dispendio di energia; la vista è sovra eccitata: noi siamo nati nelle steppe, abbiamo bisogno della vista non focalizzata che in città non esiste, è continuamente interrotta dai palazzi.
Un utente su 10 tocca lo smart phone 5000 volte al giorno, un adolescente 80 volte al minuto. Si dice che tra gli 0 e i 6 anni l’uso del touch screen inibisca i movimenti fini e porti ad avere aree ipotrofiche del cervello: il cervello vede che non usiamo più queste funzioni e le scarta, i ragazzi in futuro non faranno certe cose; diventerà un fattore ereditario, trasmissivo”.
Tutto questo in nome di un progresso che vuole produrre sempre di più e sempre più in fretta: “Ci abbiamo messo 3 miliardi e mezzo di anni per diventare 2 miliardi e meno di 90 anni per diventare 8 miliardi. Fino agli anni Cinquanta la produzione è stata sempre nuova ma sempre uguale, dagli anni Sessanta in poi, grazie all’era industriale e ai combustibili fossili la produzione ha subito un’impennata, con effetti devastanti di emissioni e surriscaldamento: assistiamo a un’antropocene per cui il futuro non è più prevedibile.
Secondo la teoria dei sistemi complessi di Darwin il sistema aumenta così tanto il livello di complessità che si auto elimina. Attenzione a dove siamo: siamo essere spaziali. Per noi è fondamentale capire dove siamo: le cose che abbiamo intorno, le persone. Dal 2010 siamo una popolazione urbana: pù del 50% della popolazione è in città, più dell’80% della giornata è al chiuso. Il tempo all’aperto è drammaticamente poco”.
I dettagli, la bellezza, l’armonia
Facendo un semplice gioco con il pubblico, Bariselli ha proposto una slide con sei brand internazionali che tutti hanno riconosciuto e una con una quercia, un faggio e un castagno e nessuno ha saputo riconoscere tutti e tre gli alberi. “Eppure siamo esseri viventi: abbiamo molto più in comune con le piante che con i prodotti industriali. La natura è diventata qualcos’altro. Il nostro cervello è organizzato per proteggere solo ciò che conosciamo: come possiamo proteggere e amare ciò che non conosciamo? Nasciamo con cervello semi formato, siamo programmati per imparare sempre. In un cervello umano ci sono più di 100 mila miliardi di sinapsi. Dobbiamo fare caso ai dettagli, alla bellezza, all’armonia. Siamo divorati dalla fretta, zeppi di piccole cose, finché ti fermi improvvisamente e quello che ti arriva è la vita”.
Meraviglia e gratitudine
Sollecitato da una domanda del pubblico Bariselli ha citato la teoria di Gaia, secondo la quale tutti gli organismi viventi sulla Terra interagiscono con le componenti inorgniche circostanti per formare un sistema sinergico e autoregoante, che aiuta a mantenere e perpetuare le condizioni per la vita sul pianeta. “È solo un’ipotesi ma è molto accreditata, la mia esperienza personale è che immersi nella natura – siete mai stati nella Foresta del Cansiglio durante la stagione dell’accoppianeto dei cervi? Il loro bramito è qualcosa di primordiale – ti senti parte di qualcosa di più grande, che ci sfugge. Solo il senso di meraviglia e gratitudine ci salverà: è una potentissima lente di ingrandimento sulla realtà. Dobbiamo rilanciare la cultura del bello, la sacralità di ogni forma vivente”. A proposito di cultura dell’ambiente e benessere della persona il ricavato della serata è stato devoluto a Thuja Lab di Villasanta.

La libertà e le relazioni
La conferenza che ha chiuso il ciclo è stata quella del sociologo Mauro Magatti, il 6 aprile, invitato da La Meridiana. Nel corso del suo intervento Liberi, insieme. La scommessa di domani, Magatti non si è distanziato molto da Bariselli, spiegando che: “A metà del Novecento ciò che era riservato ai pochi (ricchi e nobili) progressivamente diventa accessibile a tutti. Oggi tutti sappiamo di avere il sacro santo diritto all’auto realizzazione, non solo al consumo ma alle opportunità di vita: vivere più a lungo, in buona salute, viaggiare, fare esperienze affettive significative. Negli ultimi cinquant’anni tendiamo a moltiplicare le opportunità di vita per miliardi di persone. Siamo passati da 1 a 8 miliardi persone. Il pil dal 1990 al 2010 è raddoppiato. Se l’obiettivo era questo è stato in larga parte realizzato. Però viviamo una grande crisi entropica.
La fisica quantistica e le neuroscienze lo sostengono da 50 anni: non c’è forma di vita che non sia in relazione con ciò che viene prima, ciò che è intorno e ciò che viene dopo. La vita è strutturalmente in relazione. La realtà è un campo di forze, un campo di relazioni. Viviamo in un ritardo cognitivo drammatico: pensiamo che esistiamo come individui a prescindere: si chiama individualismo. Siamo dentro a un sistema tecnoeconomico: se aumenti le condizioni di miliardi di persone – che sono in relazione tra loro – deve aspettarti che capiti qualcosa e invece non ci abbiamo pensato. Produciamo scarti di plastiche ma anche scarti umani (non tutti sono pronti, sono all’altezza, ecc.). Distruggiamo specie animali e vegetali. Il modello del circuito produzione-consumo è standardizzato: l’effetto è il surriscaldamento globale ma anche la riduzione della bio diversità culturale, il caos geopolitico.
La crisi di senso
“L’ordine liberale globale è in crisi. Il senso è talmente liberalizzato che è si è spappolato: con l’avvento di internet siamo completamente incapaci di metterci d’accordo. Si tende a dare più ascolto alla macchina che agli altri componenti di un gruppo di discussione. La parola non è più in grado di svolgere la sua funzione: la grande attenzione dura 1 minuto e mezzo. Per forza viene fuori l’urlo. Il senso è completamente disattivato: si genera il fondamentalismo. Il nostro modello è radicalmente nichilista, non è neutro: dovremmo interrogarci.
Ci siamo convinti che siamo liberi quanto più siamo senza legami. È un errore madornale: in quanto liberi, benché relazionati, abbiamo il dovere di scacciare le violenze, le tirannie ma non è possibile vivere senza relazioni; in quanto viventi, una volta recise le relazioni perverse, non possiamo far altro che far esistere altre relazioni. Questa cultura individualista perde pezzi della realtà: pensare di uscire dalle relazioni è un pensiero perverso. I nostri giovani sono schiavi, sono morti, sono isolati, hanno paura delle relazioni; gliel’abbiamo messa noi. L’arte, la meraviglia, il sublime sono le sole risorse che abbiamo per interrompere il circolo vizioso, oltre che con l’emozione con la sorpresa. Non siamo solo intelletto: il nostro pensiero è umano in quanto è anche spirituale”.
Photo Elena Borravicchio



