Dal 16 al 18 gennaio 2026 al Teatro Carcano di Milano va in scena Poveri Cristi, nuovo spettacolo di Ascanio Celestini, dove viene data voce agli ultimi attraverso un racconto poetico con improvvisazioni jazz.
Milano, Italia.
Dal 16 al 18 gennaio 2026 al Teatro Carcano di Milano va in scena Poveri Cristi, nuovo spettacolo di Ascanio Celestini, dove decide di dare voce agli ultimi. Dopo dieci anni di ricerca ai margini del mondo, Celestini trasforma storie invisibili di resistenza quotidiana in un racconto teatrale civile e poetico, animato da improvvisazioni jazz.

Lo spettacolo
Sulla scena vengono messi in risalto i poveri cristi, gli emarginati, coloro che non vengono accettai dalla società. In una periferia di Roma che somiglia a tante periferie del mondo si intrecciano le vite di varie persone. C’è Giobbe, magazziniere analfabeta che ha messo a punto una tecnica per sistemare la merce nel magazzino senza sapere leggere una parola.
C’è la Vecchia che insegna alla Prostituta che per il sapere e la cultura non serve il denaro: i libri nelle biblioteche sono gratis e i musei un giorno al mese aprono anche a chi non può pagare.
C’è Joseph che è partito dal suo paese, ma prima di arrivare in Italia è stato seppellitore, emigrante, schiavo, naufrago, detenuto, facchino e barbone.
E poi c’è il razzista, la Donna Impicciata, lo Zingaro di otto anni che fuma, Domenica, il Preposto della cooperativa e persino San Francesco.
Una moltitudine di personaggi che si alterna in ogni replica, che risulta pertanto mai uguale a se stessa: come in un concerto dove il musicista sceglie quali brani diversi da suonare, fa una scaletta.
Tutti questi personaggi hanno qualcosa in comune. Sono quelli brutti che finiscono sui giornali quando accade qualcosa di grave, di scandaloso: qui vengono raccontati come santi quando succede un prodigio.

Note di regia
Quando penso allo spettacolo non penso al “pubblico”. Il “pubblico” è già una comunità. Io penso allo “spettatore”. Cioè a quello che arriva da solo. Il mio spettatore non è il letterato colto che ha letto la Recherche di Proust e cita Pasolini perché il padre è stato menato nel marzo del ’68.
Il mio spettatore si è fatto una doccia veloce e ha parcheggiato in seconda fila per vedere il mio spettacolo in uno spazio raffazzonato in periferia. Magari è autunno e mi porta le castagne che ha raccolto tra i boschi dei Castelli Romani o mi dice che lo zio esodato dell’Autovox è morto depresso in una RSA o perché non gli hanno cambiato il catetere e c’ha avuto le vie urinarie in setticemia. E magari mi porta un disco che ha registrato con la parrocchia dove canta un’Ave Maria stonata, ma bella.
E allora cosa mi aspetto di comunicare al pubblico? Di fargli sentire che sono intonato alle sue canzoni. Che parliamo la stessa lingua, che usiamo le stesse parole, che cantiamo le stesse canzoni.
Lo spettatore che sceglie di venire in teatro è sempre preparato. Se sceglie uno spettacolo è perché ha un’aspettativa precisa. Il problema nasce quando non viene risarcito del suo investimento emotivo, cioè se ci resta male. Se si aspettava di ridere e invece ha pianto, viene risarcito lo stesso. Se voleva stupirsi e invece si è addormentato significa che l’artista s’è spiegato male.
Io cerco di scrivere in una lingua comprensibile per tutti. Ma non è una lingua che parlo io. È quella che “trascrivo” dalle interviste che faccio e ho fatto in questi anni. Scrivere e raccontare con la lingua degli altri (vorrei dire del popolo), questo faccio. Questa, per me, è una lingua nuova che scaccia via tutte le altre lingue. È nuova perché è comprensibile. Le altre sono vecchie perché non si capiscono più.
Questo spettacolo sarà un racconto e il racconto è sempre multidisciplinare. Per raccontare una storia ci infiliamo in tanti linguaggi:
1- Il gesto racconta l’oggetto. Lo indica.
2- Lo sguardo racconta l’immagine (guardo in quella direzione perché sto raccontando che qualcosa arriva da quel punto, per esempio).
3- La parola è suono, ma anche ritmo.
C’è una multidisciplinarità ricchissima che passa di continuo tra parola-immagine-suono-oggetto. Cioè passa attraverso il tempo senza fermarsi su un’epoca precisa. Come scrisse Vincenzo Cerami delle mie «fiabe moderne, che comunque hanno il potere di dipingere paesaggi senza tempo (come il nostro tempo)».

Il romanzo di Einaudi
Poveri Cristi è anche un romanzo pubblicato nel 2025 con Einaudi. Il romanzo Poveri Cristi comincia così: «Cristo non è sceso dal cielo, ma è salito dalla terra. Questa è la prima frase, ma potrebbe finire qui». Davvero il racconto potrebbe finire dopo questa frase perché i personaggi della mia storia sembra che non abbiano nessun rapporto con tutto ciò che sta in alto. Né col potere politico, economico, militare o religioso; né con le vette della letteratura, della scienza o con le aspettative, i sogni di chi aspira a diventare famoso; né coi quartieri alti, le ricche città coi grattacieli; e probabilmente nemmeno con le terrazze fiorite dalla quali vedere un bel panorama. Ma forse è proprio questa loro vita da ultimi che, come nella parabola di Gesù, dopo aver subito torti li porterà ad essere primi.
Poveri Cristi
di e con Ascanio Celestini
musica Gianluca Casadei
suono Andrea Pesce
organizzazione Sara Severoni
produzione Fabbrica e Teatro Carcano
distribuzione a cura di Mismaonda
con il contributo di Regione Lazio
INFO
Per informazioni e dettagli, consultare www.teatrocarcano.com
Photo Chiara Pasqualini/MIP. Courtesy of Teatro Carcano Milano




