Dal monastero delle Clarisse di Fara in Sabina all’Abbazia di Farfa, dagli uliveti di Castelnuovo al santuario di Greccio e alle accoglienze della Valle Santa: luoghi, incontri e curiosità lungo il tratto laziale della Via di Francesco.
Fara in Sabina (RI), Italia.
Sulle pendici del Monte degli Elci, tra uliveti e vicoli medievali, il monastero delle Clarisse Eremite occupa l’antico castello che per secoli ha dominato il piccolo e incantevole borgo medievale di Fara. Oggi una parte del complesso è aperta ai viandanti della Via di Francesco nel Lazio, i quali possono pernottare nella foresteria e partecipare alle visite guidate organizzate dalla piccola comunità monastica. Ad accompagnare i visitatori è suor Barbara.
Con lei si attraversano corridoi, scale e passaggi che sembrano usciti da un romanzo storico, mentre il racconto alterna episodi della vita di clausura, vicende delle famiglie nobili che si sono succedute nel castello e piccoli aneddoti della quotidianità all’interno di questo piccolo microcosmo, così lontano dal mondo frenetico là fuori. La visita culmina nel cosiddetto Cimitero delle Monache, dove sono conservati i corpi di diciassette religiose vissute tra il XVII e il XIX secolo. Il loro sorprendente stato di conservazione continua ancora oggi a suscitare domande e curiosità tra i viandanti e anche all’interno della comunità scientifica.
Pochi passi più in là, il Museo del Silenzio racconta di come il silenzio della clausura sia stato nei secoli vissuto e perfino “parlato”, attraverso gesti convenzionali, tavolette e altri strumenti utilizzati dalle religiose per comunicare senza interrompere il raccoglimento. Una visita che incuriosisce anche chi arriva in questi luoghi senza particolari interessi religiosi e che rappresenta uno degli aspetti più originali di questo tratto della Via di Francesco.

Sopra, viandanti in cammino da Fara a Farfa.
Foto grande in alto, panorama dal Monastero delle Clarisse di Fara.
Farfa e Castelnuovo, il paesaggio della Sabina
Da Fara il cammino raggiunge l’Abbazia di Farfa dopo poco più di due chilometri attraverso sentieri e tratti boscosi, tra lecci, agrifogli, asparagi selvatici e il dolce profumo delle ginestre. L’imponenza del complesso testimonia il potere esercitato nei secoli: abbazia imperiale posta in una zona di confine tra il Ducato di Spoleto e il territorio romano, Farfa amministrava proprietà che si estendevano ben oltre la Sabina, fino all’Umbria e alle Marche, tanto che nel novembre dell’anno 800 vi soggiornò anche Carlo Magno, prima di raggiungere Roma per l’incoronazione. Nel complesso convivono ancora testimonianze di epoche diverse: parti della chiesa carolingia, il coro, gli stalli lignei, il Giudizio universale e l’icona della Madonna di Farfa. I monaci benedettini vivono ancora nell’abbazia, mentre il piccolo borgo continua a raccogliersi intorno al complesso.
A Castelnuovo di Farfa il protagonista diventa l’olio, presenza costante nel paesaggio della Sabina. Il Museo dell’Olio sceglie però una strada lontana dal classico museo etnografico, affiancando alla storia della coltivazione e agli antichi strumenti opere d’arte contemporanea dedicate all’olivo e alla cultura dell’olio. Tra queste Oleophona, creazione di Gianandrea Gazzola, dove arte, tecnica e musica concorrono a dare una voce all’olivo: il suono nasce dalle gocce di extravergine che cadono negli antichi orci e dal movimento di un tronco d’olivo, sfiorato da sottili elementi meccanici che ne seguono le irregolarità. Le diverse sonorità vengono quindi amplificate e rielaborate elettronicamente fino a comporre quella che è stata definita la voce dell’olivo. Il percorso comprende anche una sala dedicata agli antichi sistemi di produzione, dove sono esposti diversi frantoi, tra cui un esemplare settecentesco a trazione animale perfettamente conservato.
Dal museo alla produzione contemporanea il passo è breve. Sempre a Castelnuovo, l’Azienda Agricola Saporito propone percorsi di degustazione per riconoscere profumi, distinguere amaro e piccante e capire quanto cultivar e lavorazione incidano sul risultato finale. E per chi volesse, la visita al frantoio è anche l’occasione per acquistare direttamente dal produttore una bottiglia di Sabina DOP, riportando in cucina almeno una parte dei profumi e dei sapori incontrati lungo il viaggio.

Santuario Greccio, Cappella Presepe.
Greccio e il suo Presepe
Alle colline della Sabina, segnate dagli uliveti e dalle abbazie, si affianca più a nord la Valle Santa Reatina, dove il legame con la biografia di Francesco diventa più diretto. A Greccio, uno dei luoghi simbolo di questa geografia francescana, nel 1223 nacque l’esperienza destinata a entrare nella tradizione come il primo presepe.
Francesco non pensava però al presepe come lo intendiamo oggi, legato a regali, decorazioni e tavole imbandite. Il suo intento era rendere concreta la nascita di Cristo, mostrare ciò che le parole da sole non riuscivano a trasmettere e far comprendere la portata dell’Incarnazione, ovvero Dio che si fa carne scegliendo una condizione di estrema povertà. Fece quindi preparare una mangiatoia — praesepium in latino significa appunto mangiatoia — con il fieno, un bue e un asinello. Nella notte di Natale del 1223, davanti agli abitanti di Greccio, vi fu celebrata la Messa. L’Incarnazione diventava così qualcosa da vedere, quasi da toccare.
Il cuore del santuario di Greccio è ancora oggi la grotta legata a quella notte, sulla quale pochi anni dopo venne costruita la Cappella del Presepe. Intorno si visitano gli ambienti del primo eremo francescano, il refettorio, il dormitorio e le piccole celle dei frati, con edifici che sembrano appoggiarsi direttamente alla roccia della montagna. Nel matroneo della chiesa moderna invece vi è spazio per una mostra permanente che raccoglie presepi provenienti da tutto il mondo, realizzati con tecniche e materiali diversi.

Castelnuovo, giardino all’italiana, Palazzo Salustri Galli.
Il senso dell’accoglienza in Valle Santa
A pochi chilometri da Rieti, Le Querce di Tara è una casa di accoglienza a donativo gestita da Mauro Rinaldi. Qui il donativo non è semplicemente un modo per evitare una tariffa fissa. “Chi accoglie è provvidenza per chi arriva, chi arriva è provvidenza per chi accoglie”, spiega Rinaldi. La differenza, nella sua idea di ospitalità, sta soprattutto nel tempo condiviso: una cena, magari frugale, ma condivisa. E poi il racconto della giornata, o il racconto di sé, e qualcuno disposto ad ascoltare chi arriva con lo zaino sulle spalle.
Quando Le Querce iniziò ad accogliere i pellegrini era una delle poche realtà di questo tipo nella zona. Negli anni altre famiglie hanno cominciato a mettere a disposizione posti letto, dando vita a quella che qui viene chiamata Collina dell’accoglienza. Il centro di questa piccola rete è la zona della Foresta, dove sorge anche il santuario di Santa Maria della Foresta, uno dei quattro santuari francescani della Valle Santa, insieme a Greccio, Fonte Colombo e Poggio Bustone.
Immerso nei boschi a pochi chilometri da Rieti, il santuario è legato al soggiorno di Francesco nell’estate del 1225 e all’episodio della vigna del sacerdote che lo ospitò. La folla accorsa per incontrare il santo ne danneggiò il raccolto ma, secondo la tradizione, la vigna riuscì comunque a produrre vino in abbondanza. Oggi il santuario ospita una comunità di Mondo X, realtà fondata dal francescano padre Eligio Gelmini e nata originariamente per il recupero delle persone con problemi di dipendenza in un percorso di recupero. Il piccolo chiostro, la chiesa, la Domus dove fu ospitato Francesco e i boschi che circondano il complesso ne fanno uno dei luoghi più raccolti della Valle Santa.

Abbazia di Farfa, chiostro.
INFO
La Via di Francesco, percorsi e informazioni utili
Da non confondere con la Via Francigena, la Via di Francesco non ricalca un’unica antica strada di pellegrinaggio verso Roma, ma collega luoghi segnati dalla vita e dalla predicazione di Francesco d’Assisi. La sua direttrice principale unisce il Santuario della Verna, in Toscana, ad Assisi e prosegue poi verso Roma per circa 500 chilometri, attraversando Toscana, Umbria e Lazio. A nord la rete si amplia con altri percorsi provenienti anche da Firenze e Rimini, che convergono verso La Verna. Assisi ne rappresenta inevitabilmente il cuore, mentre Roma, con San Pietro, segna il termine della Via di Roma.
Nel Lazio, territorio al centro del viaggio raccontato in queste pagine, il sistema si sviluppa per circa 290 chilometri e si articola principalmente nelle direttrici Salaria e Tiberina, con varianti e collegamenti che permettono di costruire il cammino in modi diversi. Nella Valle Santa Reatina un percorso ad anello unisce i quattro santuari francescani di Greccio, La Foresta, Fonte Colombo e Poggio Bustone. Più a sud le direttrici attraversano la Sabina: la Tiberina tocca Fara in Sabina, mentre una variante consente di raggiungere Farfa e di collegarsi alla direttrice Salaria. Non esiste quindi l’obbligo di affrontare il cammino da un capo all’altro: tappe, anelli e varianti permettono di scegliere percorsi più brevi e di concentrarsi su singoli territori.
A tenere insieme questa geografia ci sono anche le persone. Dal 2016 la Rete Associativa della Via di Francesco nel Lazio riunisce associazioni e volontari che marcano i sentieri con i segnavia giallo-blu, controllano e puliscono i percorsi, segnalano le criticità agli enti locali e mantengono i rapporti con foresterie, case di accoglienza e altre strutture lungo la Via. Sul portale della Rete vengono inoltre messe a disposizione tracce GPS aggiornate, informazioni su dove dormire e mangiare e indicazioni utili tappa per tappa. È quella infrastruttura poco visibile incontrata più volte lungo il viaggio e sintetizzata, durante il cammino, in una frase: «Noi resistiamo e facciamo rete».
Ivan Burroni
mail@ivanburroni.it




