VIAGGIARE AI TEMPI DEL CORONAVIRUS

VIAGGIARE AI TEMPI DEL CORONAVIRUS

Scritto da Redazione on . Postato in Weekend

Weekend tra il 6 l’8 marzo scorsi (sono passati pochi giorni, ma sembra un secolo fa): cronaca di un viaggio a Colonia, Germania.

Milano, Italia.
L’unico viaggio che noi italiani possiamo permetterci di fare in questi giorni è quello tra le quattro mura di casa, tra una tappa al divano, una alla camera da letto e, purtroppo, una al tavolo da pranzo e qualche puntatina al frigo…

Il ricordo delle gite fuoriporta (che fino a poco tempo fa grazie agli aerei poteva essere in qualunque parte d’Europa) sembra ormai lontano, eppure, poco prima che il nostro Paese subisse un’inevitabile quanto necessaria battuta d’arresto, ho avuto la “fortuna” di fare un ultimo piccolo viaggio, toccando con mano cosa significasse viaggiare ai tempi del coronavirus.

Era arrivato marzo, io e la mia dolce metà avevamo da mesi prenotato il nostro weekend fuoriporta, con destinazione Colonia. Non vedevamo l’ora di partire, spinti dalla curiosità di visitare una nuova città e, al contempo, dal desiderio di prenderci una piccola pausa dalla routine quotidiana. Mai avremmo pensato di dover fare i conti con un virus pronto a mettere a dura prova la salute psicofisica, la serenità e le condizioni di vita di tutti noi.

Sì, perché all’inizio, quando sentivamo parlare i notiziari della situazione cinese, ci sembrava un qualcosa di lontanissimo da noi, ancora non ci toccava una reale e concreta preoccupazione. Pareva quasi ci sentissimo immuni e invincibili.

Eppure è successo, le cose sono andate come mai ci saremmo aspettati…

Nelle ultime settimane le news dal mondo non erano affatto buone, ancor meno quelle dall’Italia. Nonostante ciò, dopo esserci concessi una certa esitazione, ci siamo decisi a partire, o per lo meno a provarci, consapevoli che ci saremmo potuti aspettare di tutto una volta giunti in aeroporto.

E proprio in questo luogo si è aperto ai nostri occhi uno scenario assolutamente surreale, considerato il fatto che ci troviamo nel terzo millennio: l’aeroporto era tutt’altro che gremito di gente, come solitamente accade. Regnava una quiete e un silenzio che hanno destato in noi una certa inquietudine, la stessa che abbiamo ritrovato anche negli occhi delle persone che incontravamo dirigendoci al nostro gate. Quei pochi che come noi si erano arrischiati quel giorno nell’impresa di salire sull’agognato aereo erano quasi tutti provvisti di mascherina, camminavano con passo sostenuto, tenendosi accuratamente alla debita distanza di almeno un metro dagli altri, come ci era stato indicato. Poche parole, tanti sguardi fugaci tra noi, ma pieni di consapevole preoccupazione.

Tutto considerato i controlli non sono stati più di quelli ordinari, per lo meno per il viaggio d’andata. Una volta saliti sul nostro aereo, ci siamo guardati intorno e abbiamo potuto constatare che a viaggiare saremo stati non più di una cinquantina scarsa.

Ad accoglierci abbiamo trovato una città vivace, con le strade e i locali ricchi di gente di tutti i tipi, uno scenario di certo molto diverso da quello che si vive in Italia, oggi. Devo dire che, non so se per suggestione o per l’effetto del clima angoscioso che inevitabilmente ci portavamo da casa, ci è parso di avere i riflettori puntati addosso. E sentirsi riconosciuti come italiani all’estero di questi tempi non è proprio cosa facile.

I nostri due giorni in Germania stavano procedendo a gonfie vele, senonché il sabato sera abbiamo iniziato a ricevere diverse telefonate da parenti e amici dall’Italia, cariche di preoccupazione e angoscia: il governo stava per chiudere le frontiere del nostro Paese, in entrata e in uscita. Confesso che sono stati attimi di agitazione, non sapevamo se affidarci agli eventi e attendere il volo del giorno successivo, come i nostri piani prevedevano, oppure se cercare un volo serale che ci assicurasse il rientro in Italia, prima che il nuovo decreto ministeriale diventasse operativo.

Alla fine, un po’ per volere delle circostanze e un po’ perché non volevamo arrenderci all’eventualità che un provvedimento così repentino ci impedisse di ritornare a casa, ci siamo presi il rischio di prendere il volo del giorno successivo, come avevamo pianificato. E così fortunatamente è stato: con 60 minuti di ritardo siamo riusciti a rimpatriare. Ad attenderci al nostro arrivo abbiamo trovato due addetti che, muniti di tuta di protezione, guanti, occhiali e mascherine, hanno misurato la febbre a noi e a quei pochi italiani, compagni di questo turbolento rientro.

Fortunatamente e senza particolari problemi siamo riusciti a tornare a casa, che da quel dì, poco più di sette giorni fa, non abbiamo più lasciato, se non per andare a fare un po’ di spesa.

E tutto sommato ci è andata bene: ci sono italiani bloccati in Marocco, a Sharm e in altre località che non sanno come e quando potranno tornare a casa.

Ma una cosa è certa: ce la faremo e ritorneremo presto a viaggiare. Ad abbracciarci. A salutarci. Ma adesso restiamo in casa, lontani da frigorifero, altrimenti la pagheremo cara al momento della prova costume…

Beatrice Garzilli

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