
In un viaggio quello che può rimanere più impresso è un panorama, un piatto, un animale oppure, come in questo caso, una persona incontrata casualmente. È quello che è capitato a Luciano D. Urietti, un nostro lettore, che così ricorda, come fosse un racconto, un episodio accadutogli qualche anno fa…
Milano, Italia.
Inizio di settembre; partiti dalle nostre ormai fresche valli del Canavese, viaggiavamo verso sud. La nostra pur lontana meta era l’ancor calda e assolata Sicilia. Le tanto attese, sospirate, programmate ferie ci attendevano lì..
Le prime ombre della sera ci colsero mentre lambivamo con l’autostrada la città di Nola: decidemmo di fare tappa in un motel di Nola. Dopo una doccia ristoratrice, una cena sfiziosa quanto digeribile, con pesce e assaggio di pizza verace. Infine un letto per distenderci. La mattina seguente nuovamente verso il sud: l’A3O era ancora quasi tutta davanti a noi. Passato Salerno, il vero salto nel caldo, il vero sud. Ancora un sosta in un’area di servizio: un buon caffè per noi, benzina per l’auto. Mentre stavamo per ripartire, qualcuno si sporse davanti al parabrezza della nostra auto, non si trattava però del solito solerte venditore di cerotti, cacciaviti e affini. Era un frate, con tanto di tonaca. Un giovane frate scalzo ci stava gentilmente chiedendo, con accento chiaramente straniero, se potevamo offrirgli un passaggio. Sorpresi, ma incuriositi dal poter dare uno strappo a un così insolito autostoppista, aprimmo la portiera posteriore.
Subito il giovane frate si presentò: era un francescano minore. Partito da Napoli, la sua meta era Corleone.
Bene, la nostra meta era Giardini Naxos, avremmo quindi potuto viaggiare insieme sino a Vila San Giovanni. Parlando scoprimmo che il nostro ospite era di nazionalità francese e che si trovava in Italia da circa tre anni. A Parigi, era stato studente negli anni seguiti all’infuocato ’68. Poi aveva iniziato a lavorare in banca. Nei weekend sempre in fuga: montagna o mare. L’importante era poter riprendere aria, riemergere, respirare.
Un giorno però erano sorte altre domande. Lunga crisi e infine una scelta: una tonaca.
Approfondendo il discorso, venimmo a sapere che la scelta del nostro autostoppista era stata veramente drastica. Lui aveva scelto di appartenere a un particolare e poco conosciuto ramo della grande famiglia francescana. Si trattava di frati che avevano chiesto e ottenuto dal Papa una specifica dispensa che li autorizzava alla più completa e assoluta povertà. E questo era stato fatto per tornare alla prima regola del fraticello di Assisi. In altre parole loro non possedevano niente all’infuori della loro tonaca, come nel lontano 1210.
A Napoli il nostro amico scalzo, assieme ad alcuni altri confratelli, abitava in vecchi vagoni ferroviari che le FFSS avevano concesso loro in uso. E a Corleone, meta di quel suo viaggio, aveva appuntamento con altri fraticelli scalzi: insieme avrebbero dato vita a una loro comunità in un vecchio edificio, un ex carcere, anche questo ottenuto in uso dalla pubblica amministrazione.
«Non posseggo nient’altro che la tonaca che indosso, questo breviario e … », si interruppe un istante frugando nelle larghe tasche della sua tonaca, poi, con la sincerità dei semplici concluse: «… e questo».
Io, al volante, misi la freccia e mi fermai nella corsia d’emergenza per vedere che cos’altro possedeva quell’ex bancario parigino. La mano del giovane frate stringeva, nella sua piccola custodia di plastica trasparente, un semplicissimo… spazzolino da denti.
Per un istante ci guardammo, poi, per celare il mio imbarazzo tornai a premere sull’acceleratore.
Quando giungemmo a Villa San Giovanni venne il momento dei saluti. Il nostro passeggero volle assolutamente scendere dall’auto prima che ci imbarcassimo sul traghetto; avrebbe così subito potuto contattare altre persone che procedessero in direzione della sua meta.
Fu solo quando, dopo aver sistemato l’auto nella stiva del traghetto, mi voltai per prendere sul sedile posteriore una cartina stradale che lo vidi. Seminascosto fra giornali e cartine, il bagaglio del nostro ospite era rimasto sull’auto. Lo raccolsi e quasi di corsa salii sul ponte alla ricerca del giovane frate.
Fortunatamente, data la stagione, il traghetto non era particolarmente affollato.
Fu facile rintracciare la tonaca marrone. Quando lo raggiunsi gli porsi lo spazzolino da denti dicendogli: «Ha dimenticato il suo bagaglio».
Lui mi guardò, sorrise e disse con la semplicità dei forti: «Grazie per avermelo riportato. Non so come abbia potuto dimenticarlo. E pensare che è così… vistoso» .
Non l’ho più rivisto, anche se sono andato a Corleone a vedere l’eremo, l’anno dopo. Un posto fantastico: se vi capita di essere da quelle parti andate a dargli un occhio. bellissimo e i frati sono molto ospitali.
Luciano D. Urietti




