È il regno di Irene Foti (intervistata da Manuela Mancino), laureata in farmacia ma da sempre innamorata del mondo dell’ospitalità che, a soli 30 anni, decide di rilevare un hotel realizzato dalla ditta edile del padre, nel desiderio di rilanciare un territorio “difficile”. Il risultato? Scopritelo con noi.

La Fucina di Vulcano (a Bronte)

Scritto da Redazione on . Postato in Alberghi e Spa, Food&Drink

È il regno di Irene Foti (intervistata da Manuela Mancino), laureata in farmacia ma da sempre innamorata del mondo dell’ospitalità che, a soli 30 anni, decide di rilevare un hotel realizzato dalla ditta edile del padre, nel desiderio di rilanciare un territorio “difficile”. Il risultato? Scopritelo con noi.

Bronte (CT), Italia.
Alcuni luoghi hanno lo strano potere di disorientare piacevolmente tanto il cliente affezionato tanto l’avventore, grazie a quella rara capacità di dimostrarsi sin da subito (per poi confermarsi) un “mondo a sé”. Un mondo fatto di coraggio, di anima, di determinazione; un mondo in cui il sorriso coccola chiunque, accompagnandolo in un percorso che, a tratti, ha dell’inverosimile. E non già perché si stenti a credere all’autenticità della loro arte del ricevere, ma perché si resta increduli di fronte alla naturalezza con la quale la medesima si declina.

La Fucina di Vulcano (a Bronte), alle pendici dell’Etna, è proprio uno di quei locali dall’indole “sana”, dove professionalità, umiltà e spirito d’impresa coesistono in totale armonia. È il regno di Irene Foti, laureata in farmacia ma da sempre innamorata del mondo dell’ospitalità che, a soli 30 anni, decide di rilevare un hotel realizzato dalla ditta edile del padre, nel desiderio di rilanciare un territorio “difficile”. Un territorio dove a spaventare non è la solitudine di un vulcano dal fascino ineguagliato, ma la staticità di un paese – culturalmente ricco – i cui dictat sono quelli di una gastronomia a volte marcatamente ancorata a retaggi di tradizioni vetuste.

Ammirevole, dunque, la determinazione di Irene che, oltre a riammodernare la struttura ricettiva dotandola di nuovi comfort, ha deciso di intraprendere un progetto di ristorazione “differente” o, comunque, inusuale per l’areale. Ai fornelli, Alessandro Rinaldo, chef di comprovata esperienza (esordisce a 15 anni) e conoscenza della materia prima che qui propone intelligentemente ricette dal profondo imprinting siciliano, ma rilette in un’ottica italiana. La si potrebbe definire una piacevole “cucina di hotel”, in quella accezione più nobile del termine che la vuole quintessenza di grandi classici, cui lo chef ha saputo affiancare personali interpretazioni di ingredienti prevalentemente isolani. La materia prima, infatti, proviene per la gran parte dai dintorni, per poi estendersi a ricomprendere piccoli artigiani della Sicilia e d’Italia, coerenti con la filosofia di tutela della natura.

In menu, pertanto, sono protagonisti la stagionalità e la qualità di prodotti elaborati da mano capace e mente attenta a mantenere un dosato gioco di sapori, consistenze e contaminazioni. Niente fronzoli ma tanta sostanza in piatti dal gusto netto, impreziositi tuttavia dalla percepibile tecnica e dall’occhio all’estetica. La cantina, ben pensata, è uno spaccato di quella Sicilia vitivinicola fatta di etichette più note ed altre di ricerca.

Fanno da cornice all’esperienza enogastronomica stanze confortevoli allineate, per stile e comfort, all’intera filosofia di un hotel perfettamente inserito nel contesto paesaggistico, costruito secondo canoni moderni e materiali di provenienza locale, a testimonianza della lungimiranza di Irene nel cercare di avviare virtuose reti di cooperazione.

Qual è la tua idea di cucina, Alessandro?

Cucina che parta dal rispetto della stagionalità e della materia prima, con una forte radice siciliana ed italiana.

Hai un ingrediente preferito?

I carciofi ed il maiale in generale.

Un piatto che ti ricorda l’infanzia?

Ragù di maiale e vitello cotto lungamente con finocchietto selvatico.

Hai, invece, un tuo piatto bandiera; un piatto che ti contraddistingue?

Stracotto di vitello al Nerello Mascalese, che “mi porto dietro” da oltre 10 anni.

Come hai impostato qui la tua cucina?

Ho cercato di interpretare piatti semplici della cucina italiana, in affiancamento ad una carta incentrata sulla rivisitazione. Il menu è prevalentemente di terra.

Prossimi obiettivi?

Continuare a migliorarci ed avviare nuovi progetti, sfruttando una sala riservata con vista privilegiata sull’Etna e design d’avanguardia.

Irene, dal mondo della farmacia a quello dell’ospitalità. Come mai? Hai deciso improvvisamente?

No, ho sempre avuto una passione per l’arte del ricevere e, visto che la struttura era stata realizzata dall’impresa di mio padre, ho deciso di intraprendere quest’avventura, rilevando l’hotel nel 2014, dopo aver iniziato a osservare i vari reparti dal 2011.

Come hai pensato la struttura?

Ho voluto un ambiente moderno e funzionale. I vincoli architettonici (imposti dall’Ente Parco Nazionale dell’Etna) non mi hanno permesso di aumentare la cubatura, per cui mi sono concentrata nel realizzare 8 stanze in modo da massimizzare la “vista vulcano”. Mia sorella Cristina, ingegnere, mi ha aiutato nello sviluppo di un progetto di risparmio energetico e integrazione ambientale.

Ti sei pian piano innamorata di questo mondo?

Si, tanto da aver abbandonato la mia precedente attività. Mi sono scoperta una grande appassionata di cibo e, grazie all’aiuto dello chef, sto conoscendo ingredienti e tecniche di cucina prima sconosciuti.

Cosa ti piace di questo mondo?

Il dinamismo, il contatto continuo con il pubblico e gli spunti culturali che dai vari incontri riesco a trarre.

Una fucina di idee, progetti; un’oasi di relax e convivialità ai piedi dell’Etna.

Manuela Mancino