Curata da Christian Luczanits, uno dei massimi esperti internazionali di arte indiana, la mostra esibisce (fino al 26 gennaio 2020) oltre 70 sculture di varie dimensioni, la mostra mette in risalto le trasformazioni che queste divinità affrontano dalle prime rappresentazioni figurative.

INDIA ANTICA – CAPOLAVORI DAL COLLEZIONISMO SVIZZERO IN MOSTRA A MENDRISIO

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Curata da Christian Luczanits, uno dei massimi esperti internazionali di arte indiana, la mostra esibisce (fino al 26 gennaio 2020) oltre 70 sculture di varie dimensioni, la mostra mette in risalto le trasformazioni che queste divinità affrontano dalle prime rappresentazioni figurative.

Curata da Christian Luczanits, uno dei massimi esperti internazionali di arte indiana, la mostra esibisce (fino al 26 gennaio 2020) oltre 70 sculture di varie dimensioni, la mostra mette in risalto le trasformazioni che queste divinità affrontano dalle prime rappresentazioni figurative.

Curata da Christian Luczanits, uno dei massimi esperti internazionali di arte indiana, la mostra esibisce (fino al 26 gennaio 2020) oltre 70 sculture di varie dimensioni, la mostra mette in risalto le trasformazioni che queste divinità affrontano dalle prime rappresentazioni figurative.

Mendrisio, Cantone Ticino, Svizzera.
Non poteva esserci location più idonea e fascinosa del Museo d’arte Mendrisio, nello storico convento dei Serviti, per un’importante mostra ( in corso fino al 26 gennaio 2020) sull’Arte indiana antica, ispirata alle tre religioni, di cui l’India è culla. Buddismo, induismo e giainismo, che ancora oggi convivono in quel grande paese, sono anche legate ad un’importante eredità artistica, espressione del rapporto dell’umanità con le forze che la sottendono e con l’universo in generale.

Sono dunque proprio le divinità, di cui l’India è ricca, divinità rappresentative di varie forze spirituali, ad essere le principali protagoniste di una mostra, composta da circa 70 sculture di piccole, medie e grandi dimensioni, provenienti da collezione private, pregevole esposizione, curata da uno dei massimi esperti internazionali di arte indiana, Christian Luczanits. Tali lavori, realizzati con materiali primari, come terracotta, arenaria rossa, fillade, scisto grigio e verde, mettono in evidenza non solo l’essenza , ma le varie trasformazioni nella rappresentazione di tali divinità. Ognuna di esse può essere presentata o in relazione a testi sacri, oppure ad associazioni poetiche universali. Il percorso, allestito in maniera essenziale e scarna, ma estremamente efficace, anche grazie alla riuscita illuminazione, si concentra dunque sui mutamenti delle varie rappresentazioni, a partire dalle prime di tipo figurativo fino alle espressioni esoteriche o tantriche.

Nove sono i capitoli del percorso museale, costituito da sculture provenienti da diverse regioni di India, Pakistan, e Afganistan, nel periodo tra il II secolo a.C. e il XII sec. d.C. Si tratta di: Metafore poetiche, Animali leggendari, Tradizioni a confronto, Storie edificanti, Poteri femminili, Diramazioni esoteriche, Miracoli, Coppia divina, Divinità cosmica .

Fra le opere esposte, molte delle quali autentici capolavori, difficile è fare una scelta, ma alcune di esse sono particolarmente rappresentative sia per contenuto sia per esecuzione, come, ad esempio, il Pilastro di una balaustra con un Salabhanjik (Mathura, I sec. d.C) , balaustra circostante uno stupa, il caratteristico tempio buddista. Tale scultura in arenaria rossa viene considerata fra gli apici dell’arte indiana, con la sua raffigurazione di una figura femminile, espressione di grazia e sensualità, che afferra simbolicamente il ramo di un albero . Magnifica dea, agghindata con gioielli, seduta sul fiore di loto, idealizzazione della bellezza muliebre, è Parvati (Tamil Nadu, XI sec. d.C.) , uno fra gli spettacolari bronzetti per i templi nella regione Tamil, nel sud dell’India. Proviene invece dal Gandhara, l’odierno Pakistan, regione che nell’antichità fu un incrocio tra Oriente e Occidente e dove fiorì un’arte straordinaria, il Bodhisattva Maitreya del II-III sec. d.C. In scisto grigio, è questo il futuro Buddha, ben riconoscibile dalla mezzaluna che spicca sul diadema di perle e dagli orecchini a forma di leone; il manto drappeggiato, che avvolge la figura in contemplazione, ricorda la scultura greco-romana e mostra gli influssi occidentali.

Si riferisce ad un’altra rappresentazione iconografica,comparsa a partire dal X secolo e, più frequentemente nell’XI sec. d.C., il Budda incoronato di Bihar, Kurkihar: la scultura in bronzo porta una corona ed una grande collana e l’intarsio in argento viene utilizzato per evidenziare dettagli come il cakra (centro di energia) sui piedi e sulla mano sinistra. I Budda incoronati compiono il gesto della chiamata dalla terra, e quindi potrebbero essere visti nel contesto della loro illuminazione sotto l’albero della Bodhi , un antico fico sacro, collocato nell’area in cui oggi sorge il tempio di Mahabodhi a Bodhgaya, nello stato indiano di Bihar. Fu sotto quell’albero che Siddhartha Gautama, il fondatore del Buddismo, in seguito conosciuto come Budda, giunse all’illuminazione.

Ed è la dea dell’azione illuminata, colei che aiuta a superare gli ostacoli, vale a dire la Tara verde, ad essere rappresentata in un altro magnifico lavoro in fillade, proveniente dal Bihar meridionale (XII sec,). La divinità, seduta su un loto a doppio petalo, tiene la mano nel tipico gesto dell’insegnamento, ed è identificabile grazie ai due gigli blu posti ai lati.

La più splendida e la più antica rappresentazione databile della dea Vagisvari è considerata dagli esperti proprio la statua in terracotta esposta a Mendrisio e risalente alla fine del IV sec. d.C. La divinità, “Signora del Discorso”, è colta nel momento in cui strappa la lingua ad una piccola figura alla sua sinistra, e la drammaticità ed espressività dell’esecuzione la collocano tra le migliori opere in terracotta del periodo Gupta, uno dei maggiori imperi politici e militari dell’antica India, che prende il nome dalla dinastia regnante tra il 240 e il 550 d.C. nella maggior parte dell’India settentrionale e negli attuali Pakistan orientale e Bangladesh.

Proviene dallo stupa di Amaravati un magnifico rilievo, il più grande ed importante fra quelli decorati nello stile Satavahana. Nel calcare vi si rappresenta la Scena dal Mandhata Jataka, una delle vite precedenti del Budda Sakyamuni, vale a dire del principe Mandhata, mentre gode della vita celeste. Risalente al II sec. d.C, questo lavoro, giunto da Andhra Pradesh, Amaravati, testimonia un’alta qualità stilistica e compositiva ed una stupefacente abilità tecnica .

Sono espressione della straordinaria fantasia e gusto per l’ornamentazione dell’arte indiana, gusto che ancora oggi incanta ogni viaggiatore, che abbia la fortuna di visitare quel paese, i Frammenti di pilastro di una balaustra (Mathura, I sec. d.C.) . Questi, che arricchivano il recinto scultoreo intorno allo stupa, oltre che da delicatissimi fiori di loto, motivo ricorrente nella scultura indiana, sono anche ornati da due medaglioni con creature fantastiche e mostri marini. Solo nel Museo d’arte di Mathura si può trovare un analogo, per stile e qualità, di questi due preziosissimi frammenti, esposti nell’imperdibile mostra di Capolavori dal collezionismo svizzero a Mendrisio.

Claudia Sugliano

INDIA ANTICA -Capolavori dal collezionismo svizzero
Museo d’arte Mendrisio, fino al 26 gennaio 2020.